Il terzo appuntamento del ciclo “Cibo e religione”, promosso dall’Università di Scienze Gastronomiche con la collaborazione del priore di Bose, Enzo Bianchi, si è focalizzato sul rapporto esistente fra la religione islamica e il mondo del cibo. La relatrice di questa conferenza è stata l’arabista e professoressa di lingua e letteratura araba presso l’università Ca’ Foscari di Venezia, Ida Zilio Grandi.

La professoressa Zilio Grandi è autrice, fra le altre cose, dell’ultima traduzione del Corano con Mondadori e proprio questa sua conoscenza approfondita del testo è emersa con chiarezza durante la conferenza, nella quale sono state spiegati magistralmente numerosi passi connessi alla dimensione ritualistica e alimentare dell’Islam.
La conferenza si è articolata in tre fasi: generalità del mondo islamico; cosa ci dice il Corano sul cibo; l’ospitalità nella cultura islamica.
La relazione è iniziata con un’importante considerazione di carattere generale, cioè che l’identità religiosa e l’appartenenza a una fede sono sottolineati dalle attitudini verso il cibo. Dunque la maggior parte delle fedi religiose hanno un determinato approccio verso il cibo e, in base ad esso, ne possiamo ricavare un filo conduttore oppure degli elementi di differenziazione. Queste attitudini rafforzano i confini del gruppo attraverso, ad esempio, l’endogamia e la convivialità, l’astinenza o meno verso un determinato alimento e la spiritualità attribuita ad esso attraverso pratiche religiose.
Le aree entro le quali si colloca il cibo in tale contesto sono: la proibizione o predilezione positiva verso un determinato alimento; il contenuto simbolico di una proibizione o predilezione; la valenza spirituale del cibo.
Cosa ci dice dell’alimentazione il Corano? Anzitutto il Corano è diviso in 114 Sure, cioè ripartizioni, ognuna delle quali tratta un tema specifico. È Dio che parla e lo fa in prima e terza persona, lo fa in arabo, quindi possiamo dedurre che l’arabo è la lingua della religione islamica.
Il testo sacro islamico ne dà grande importanza, a partire dalle radici linguistiche: le parole cibo e alimentazione compaiono innumerevoli volte; l’imperativo “mangiate”, circa 28 volte, ma mangiate che cosa? Mangiate ciò che è buono. Questo è un elemento indicativo che ci dice che la religione islamica dà molta importanza alla bontà del cibo, alla sua ricchezza e varietà.
Troviamo un riferimento di questo tipo, ad esempio, in una Sura piuttosto antica, dal titolo La Sura delle creature lanciate, si tratta della sorte umana nell’al di là: la sorte dei beati viene rappresentata dalla facile reperibilità del cibo, mentre la dannazione dalla sua precarietà.
Da questi primi elementi possiamo intuire quale dimensione ha il cibo nel Corano: è visto come un dono di Dio, di cui l’uomo deve fare uso. Il cibo che dura e che è buono è segno di beatitudine.
Un’altra citazione importante la troviamo nella Sura 7°, quella del Limbo: il cibo compare in una posizione preminente fra i doni presentati all’uomo da Dio. Come in altre Sure, tale dono si pone come anche riflessione razionale sull’esistenza dell’unico Dio, inoltre in questo passo vediamo che uno dei segni dell’esistenza di Dio è la bellezza e la diversità del cibo, elementi sottolineati dal testo.
Sempre in questa Sura possiamo capire il legame di sussistenza esistente fra l’uomo e il suo creatore: Dio concede all’uomo questo prezioso dono senza il quale esso non può vivere. C’è il richiamo all’eterna gratitudine dell’uomo al suo creatore.
Possiamo dire che l’Islam è il saldo di un debito contratto dall’uomo con Dio in cambio degli infiniti doni di nutrimento.
Dopo questi esempi atti a mostrare il valore del cibo nel Corano, la professoressa Zilio Grandi si è focalizzata sulle proprietà normative dell’Islam. Come nella religione ebraica, anche in quella islamica ci sono termini specifici per definire ciò che è lecito e buono (halal) e ciò che è considerato proibito (haram).
Il Corano però, al contrario dei testi ebraici, insiste più sul concetto di autorizzazione che su quello di proibizione: il cibo è visto con un’accezione positiva, si pone cioè maggiormente l’attenzione all’abolizione dei divieti che alla loro istituzione.
Un altro elemento su cui è bene soffermarsi è quello relativo alla quantità del cibo ingerito. Il Corano mette infatti al bando gli eccessi e gli estremismi: siano essi di astinenza che il suo contrario. Dio non ama gli eccessivi: l’Islam predica la moderazione.
La settima Sura del Corano, quella del Limbo, dice proprio questo in un discorso che Dio rivolge a tutta l’umanità: « O figli d’Adamo! Adornatevi, quando vi recate in un luogo di preghiera qualsiasi, mangiate e bevete, senza eccedere, perché Dio non ama gli eccessivi».
Anche nella seconda fonte dell’Islam, la Sunna, cioè ciò che si tramanda del Profeta, (la Tradizione), noi troviamo attribuite al Profeta numerose storie e racconti che illustrano come l’Islam sia una religione di moderazione e che gli eccessi sono da condannare, per quanto fatti in nome della fede stessa: ad esempio, praticare l’astinenza sessuale più di quanto è prescritto, è peccato, perché, viene detto in un racconto della Sunna: la donna ha dei diritti sul marito.
Anche la Sura della Mensa continua su questo filone, leggiamo: «Voi che credete non privatevi, come fossero illecite, delle buone cose che Dio vi ha reso lecite » quindi non eccedete nell’astinenza o nella spiritualità, «e non eccedete, quelli che eccedono Dio non li ama».
Proseguendo su questo filone, a dimostrazione di quanto il cibo sia elemento centrale nell’Islam, notiamo due cose: anche se all’interno del Corano ci sono delle proibizioni, relative ad esempio all’uso di alcool o alla carne di maiale, in casi in cui è necessario preservare la propria vita, questi divieti vengono meno. Se una persona sta morendo di sete e ha con sé solo dell’alcool, non compie peccato se lo beve per salvarsi. Questo a ribadire che il Corano, come tutto l’Islam, non è costituito da regole rigide, ma si poggia sulla moderazione.
Seconda cosa che possiamo notare è che fra i 99 nomi con cui Dio si fa chiamare, uno di questi è colui che dispensa nutrimento, e il buon credente deve dare seguito all’insegnamento che si può trarre da ognuno di questi nomi.
Con questa considerazione ci colleghiamo al terzo e ultimo tema della conferenza, quello dell’ospitalità nella religione islamica.
L’ospite è una categoria protetta: si prescrive di dare all’ospite ciò che si ama, non solo qualcosa in più. Dare qualcosa a un perfetto estraneo senza aspettarsi nulla in cambio è un dono. L’ospitalità, qui intesa, non richiede reciprocità.
L’ospite viene accolto alla propria tavola e lo si pone di fianco a ciò che ci è di più caro, cioè i nostri familiari.
«Il buon musulmano dà agli altri quel che ama disinteressatamente, senza chiedere nulla in cambio: lo afferma tra l’altro l’antica Sura detta “dell’Uomo”, quando definisce i “servi di Dio” come coloro che […] nonostante il loro amore per il cibo, nutrono il povero, il prigioniero e l’orfano: «noi vi nutriamo per il volto di Dio, non vogliamo da voi alcuna ricompensa, e nemmeno gratitudine […] (Q76,8-9). »
Prima di concludere sul tema, è importante considerare l’etimologia della parola ospite, in arabo dayf. Il verbo dafa ha anche altri due significati, uno dei quali vuol dire anche propendere verso. Uno degli esempi proposti per spiegare questo significato è quello del sole che tramonta. È una curvatura che non si può fermare. Accanto dunque all’idea di ospite, c’è quella di declinare, subire una curvatura anomala. Questa richiesta di ospitalità parte delle leggi di natura, da qui l’esempio del sole. L’ospite erra in un percorso non previsto e si trova nella necessità di dover chiedere ospitalità. Il fornire ospitalità è un atto imposto dalle leggi di natura e non previsto.
Il secondo significato che deriva da questa parola, è quello di aggiungere: l’ospite è colui si aggiunge ai familiari.
L’atto di ospitare è ovviamente considerato anche un sacrificio, e su questo ci aiuta ancora una volta l’etimologia della parola, in quanto sacrificare e avvicinare hanno radici simili. Chi ospita apre la porta a chiunque. Da qui la numerosa presenza di passi e parabole incentrati sulla sacralità dell’ospite ma anche sul sacrificio che questo atto comporta.
La conferenza si è conclusa portando ad esempio del tema dell’ospitalità alcuni racconti tratti dalla Sunna, che mostrano quanto ospitare sia un sacrificio e un rischio ma anche un dovere sacro dell’Islam.