Approfondimenti

La rivoluzione dell’armonia

Un quadrifoglio, probabilmente pollentino, infilato nell’occhiello della giacca. Una piccola nota verde sulla rosata immagine di Philippe Daverio che s’intona perfettamente con la dialettica fresca e vivace con cui, di lì a poco, incanterà l’Aula Magna. Da dietro ai suoi occhialetti rotondi l’ospite di Carlin sorride, pronto a proporre, come annuncia lo stesso Petrini, un’analisi frutto di una visione storico-politica rivoluzionaria.

Si parte dagli universali culturali, quei concetti rimasti invariati nel tempo e nello spazio, che caratterizzano l’Europa contemporanea e le lingue degli stati membri. Vino, dice. Questa l’unica parola che unisce il vecchio continente. Neanche la modernità e i suoi oggetti sono stati capaci di creare parole dal significato invariato nelle diverse lingue e dialetti europei.  Il computer, l’orologio, l’aereo: nulla di tutto ciò ha la stessa valenza semantica. Ironia, un sorso di gin tonic e la Storia, quella vicina e quella lontana. Daverio parla del concetto di bellezza, recentemente ripreso dal «terzultimo Papa, quel polacco simpatico». Per quanto ogni società e ogni cultura abbia sempre individuato e distinto una forma di bellezza, questo concetto non è mai stato univoco. Diversa nei secoli, diversa secondo il soggetto cui è riferita, “la bellezza”, secondo l’attuale accezione ha radici medievali. Tra gli sguardi rapiti, persi, o forse mesmerizzati, di un pubblico sempre più attento, Daverio ci conduce alla scoperta della storia di uno dei concetti più complessi che la quotidianità si ostina a presentarci sotto forma di individui, elementi naturali, strutture architettoniche e cibi.

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«E’ bello ciò che è buono», afferma. E allora nella storia si è arrivati a comprendere come la bellezza esista solo se capace di svolgere una funzione. È piuttosto l’armonia a esistere: è l’equilibrio tra le diverse componenti del cosmo a palesarsi all’uomo. Equilibrio che si manifesta in un’unicità, come universo che al suo interno cela un mondo di relazioni. Il pensiero filosofico moderno, le religioni monoteiste: espressione di esigenza di unicità.

Il papillon rosso con piccoli delfini e i ricci incorniciano il viso di Philippe Daverio di fronte a Petrini, barba ben curata e sobrio maglione blu, certamente meno rosé,  mentre narra come l’armonia sia legata ai contesti storici e culturali in cui nasce la sua definizione. Un approccio olistico che accomuna il Daverian-pensiero alla filosofia dell’Università di Pollenzo. Così come li accomuna la voglia di rompere gli schemi, di innovare e reinventare. Daverio l’eccentrico, Daverio il pacato. Confida di sperare in «un’alleanza di ventenni e sessantenni, per fare la festa ai quarantenni al potere», plasmando così la forma della sua rivoluzione. È questo l’approccio desiderato ai vari expo 2015, che invece di feeding the planet finiscono sempre per essere un feeding the friends.

Con sagacia affronta gli odierni scandali politici, riconosce nella nostra università un luogo d’incontro e di scambio, in cui poter pensare e formulare sistemi alternativi. E indignarsi. C’è bisogno della «slow Indignation», dice sorridendo. Il mondo va visto e vissuto in modalità slow: intendiamoci «si può anche vivere slow in ferrari», ma l’importante è essere coinvolti dalla realtà e dal flusso delle faccende, con ritmi precedenti a quelli della civiltà dei consumi.

Il ghiaccio in fondo al gin tonic si è quasi sciolto del tutto, e sta bello lì, sulla cattedra, testimone di un rapido susseguirsi di parole e battute che rivelano un mondo di connessioni e interazioni, fatto di Storia, di Semantica, di Dialetti, di Ironia e di tanta voglia di veder sfruttate al meglio le potenzialità del nostro Paese. Complimenti per la trasmissione (in senso stretto).

di Luisa Vismara

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