Cosa c’è dietro la semplicità? Quanto vengono realmente apprezzate le antiche tradizioni?
Fortunatamente c’è qualcuno che resiste. Esistono realtà non così eccessivamente lontane dai trambusti metropolitani che persistono nel loro intento: creare qualcosa che sia veramente genuino.
Il formaggio, alimento del quale la genuinità deve essere indiscussa, è probabilmente uno dei migliori esempi di tradizionalità che possiamo riscontrare nel nostro Bel Paese, specialmente in Sardegna. Terra antica, radicata nella semplicità delle sue tradizioni. Fiera, selvaggia. Qui il formaggio è un istituzione. Certamente, tutto ciò è risaputo, nulla di così eclatante. Ma tra le montagne nuoresi, nel corso del mio ultimo viaggio didattico, io ed i miei compagni siamo entrati in contatto con qualcosa che in quella zona sta andando in controtendenza con il resto dell’Italia. Un qualcosa che va ben oltre dal possedere un telefonino con una mela bianca incisa dietro, o con le usanze moderne di fare notti brave in discoteca. Siamo entrati in contatto con la tradizione. Portata avanti da questo ragazzo sardo, che riprende gli antichi saperi del nonno e dimostra che al giorno d’oggi, tornare alla terra non è una mossa sbagliata. Con gli occhi ricolmi di orgoglio ci raccontava delle sue 350 pecore, e di quanto sia entusiasmante questo percorso che ha intrapreso. Nei suoi 50 ettari alleva assieme al nonno pecore ed agnelli. Non è un gioco, e lui ne è cosciente. Sa benissimo che il mercato su cui si è affacciato ha una domanda sempre maggiore, ma ha le sue strategie. Punta sulla produzione del latte estivo, dal quale si possono guadagnare 34 centesimi di euro in più rispetto a quello invernale.
Non è consueto sentire che nella società moderna, un ragazzo ventenne pascoli le sue pecore nelle aspri vallate nuoresi. Avrebbe potuto benissimo trasferirsi in qualche grande città ed iscriversi in qualche normalissima facoltà di economia o giurisprudenza. No. Lui è rimasto li. Attaccato alle sue radici. Fermo e convinto dei propri mezzi, ma fiducioso nel progresso. Usa parsimonia in ciò che fa. Sa perfettamente che le sue pecore hanno bisogno del necessario riposo tra una mungitura e l’altra. Si affida alla qualità del suo suolo nuorese per far immagazzinare ai suoi animali i sali minerali necessari affinché avvengano parti e nascite di agnellini che non compromettano la salute della pecora stessa. E’ un allevatore che cerca di operare il più possibile nel biologico, senza rinunciare alle ultime tecnologie. Ad esempio utilizza salviettine imbevute di estrogeni che permettono alla pecora di entrare in calore e di prepararla alla fecondazione.
Fortunatamente Slow Food è in prima linea per cercare di contrastare o almeno limitare queste tendenze degli ultimi anni. E’ in corso una vera e propria “resistenza casearia”, messa in atto in questa edizione di Cheese, dove ovviamente il formaggio sardo occupa un posto di rilievo. In quei giorni, a Bra, centinaia di produttori e allevatori si riuniscono con la speranza di far conoscere alle persone quanto possa essere giusto intraprendere la strada della tradizionalità.
E’ semplice. Se il nostro mondo continua furiosamente e freneticamente ad andare avanti, almeno sul cibo (o perlomeno sul formaggio) bisogna fermarsi ad assaporare e capire l’importanza delle cose buone, ma soprattutto giuste.