In quante occasioni usciamo dal supermercato col carrello colmo di provviste, con famiglia al seguito, un po’ nervosi, un po’ scoraggiati ma comunque appagati dal fatto che per “almeno una settimana” la spesa è fatta. Quante volte poi, arrivati a casa e sistemando il tutto ci stupiamo di quante cose abbiamo acquistato? Perché pressati dalle richieste dei figli o per non lasciarsi scappare l’ennesima “offerta speciale” troppo spesso acquistiamo merci che non ci servono o che non riusciamo a consumare e quindi sprechiamo.
Sprechiamo troppo perché acquistiamo troppo, il che rende lecito da domandarsi se siamo realmente consapevoli del nostro potere d’acquisto o consumati da un consumismo compulsivo.
Dando un breve sguardo ai dati sugli sprechi alimentari degli italiani la risposta alla domanda è evidente. Nell’industria agroalimentare italiana, lo spreco complessivo ammonta a 2.036.430 tonnellate di prodotti alimentari. Nel canale distributivo la stima si attesta su 270.776 tonnellate, generate dai diversi attori della distribuzione. (dati 2013 Last Minute Market)
Contrariamente a quanto si possa pensare la maggior parte delle perdite avviene nell’ambiente domestico: 8,7 miliardi di euro, cifra che deriva dallo spreco settimanale medio di circa 213 grammi di cibo gettato perché considerato non più edibile. (dati 2013 Last Minute Market).
Sono dunque le famiglie a rappresentare gli spreconi per eccellenza, eliminando quello che scade o marcisce fuori o dentro il frigorifero per un totale di 110 kg di cibo che mediamente una famiglia butta nella spazzatura ogni anno.
Ma è realmente tutta colpa di noi consumatori (come spesso e volentieri vogliono indurci a credere)? In parte sì, ma le ragioni del comportamento degli individui soprattutto nei processi d’acquisto, sono in realtà prodotte di condizioni ed influenze differenti, ma sostanzialmente legati allo stesso modello di consumo e possono, grosso modo, essere raggruppate in tre categorie.
1 – Ragioni economiche: dagli anni cinquanta a oggi il reddito della popolazione occidentale e l’accesso al cibo sono aumentati, accompagnati di pari passo dai consumi alimentari, soprattutto di carne (con annessi problemi di sostenibilità degli allevamenti). Con la crisi di questi anni gli acquisti diminuiscono ma gli sprechi no, nonostante la crescente attenzione per le tematiche ecologiche e la salvaguardia ambientale. I dati indicano chiaramente che i consumatori cercano il risparmio a scapito della qualità dei generi alimentari. Questi fattori inoltre nascondono le perdite del sistema produttivo che passano in secondo piano come conseguenza necessaria del (mal)funzionamento del mercato.
2 – Ragioni sociali: il consumismo è un’ossessione. Viviamo in un’epoca in cui tutto è finalizzato all’acquisto, all’accumulo, al possesso che tutti inseguiamo furiosamente nella speranza di avvicinarci al “benessere” che sembra ormai irraggiungibile. Viziati da decenni di turbocapitalismo è normale che ogni proposta di ridimensionamento sia interpretata come una sconfitta. L’invidia e l’avidità ci rendono miopi al punto da non riconoscere l’abbondanza quando si traveste da felicità.
3 – Ragioni culturali: oggi è la produzione a generare bisogni e non più viceversa. In una situazione in cui tutto si riduce a valore economico l’individuo, che il sociologo Bauman definisce Homo Consumens, aspira alla gratificazione dei desideri che però non sembrano mai avere fine. Il cibo è ridotto a mera commodity il cui valore è calcolato in termini monetari. La sua importanza come tramite tra uomo e natura è trascurata, il consumatore è troppo abituato a vivere a spese della terra e non in armonia con essa.
Mangiare rappresenta solo l’ultimo livello di un articolato insieme di attività alla cui origine stanno le cause dello spreco alimentare ed è proprio in questa direzione che bisogna agire per emarginarlo.
I sistemi produttivi e distributivi dettano le regole del gioco; un gioco di numeri nel quale perde chi non ha le possibilità di raggiungere i massimi livelli che appaiono gli unici obiettivi per il successo.
Questo discorso non deve però essere interpretato a favore di una deresponsabilizzazione del consumatore. Gli sprechi e le perdite e gli annessi costi economici, avvengono lungo tutta la filiera agroalimentare, ma il cibo che scegliamo di mangiare fa la sua parte. Per cambiare la situazione occorre dunque ripensare anche a ciò che mangiamo.
La situazione appare drammatica, ma la realtà mostra come la filiera agroalimentare sia un settore effettivamente carico di paradossi, ogni anni trentasei milioni di persone muoiono per mancanza di cibo mentre ventinove milioni per il suo eccesso; per cui nessuna esagerazione! La buona notizia sta nel fatto che per quanto il sistema sia insostenibile, siamo ancora in tempo a cambiarlo. Qualcosa è già attivo in questa direzione, una realtà nata come attività di ricerca universitaria, diventata oggi un’impresa operativa a livello nazionale nel recupero e riutilizzo dei beni invenduti. Si chiama Last Minute Market, società spin-off dell’Università di Bologna creata sotto la supervisione del rettore Andrea Segré, figura da tempo impegnata a livello internazionale contro lo spreco (non solo) alimentare.
Last Minute Market opera come sistema professionale di raccolta di prodotti invenduti presso la grande distribuzione organizzata e la ristorazione collettiva, distribuendoli attraverso donazioni ad enti caritatevoli. Il sistema di redistribuzione produce un punto d’incontro tra soggetti associati, creando così un vantaggio per entrambe le parti: di reperimento delle risorse per i beneficiari, di riduzione dei costi di smaltimento per i donatori; tutto sotto attento controllo e rispetto per le norme vigenti in campo igienico sanitario. Questo progetto, oltre ad offrire ad aziende ed istituzioni un’attività di vera responsabilità sociale aiutando le fasce più bisognose della popolazione, rappresenta un esempio concreto di sistema che crea un’economia positiva senza il consumo di risorse utilizzando prodotti scartati in altri processi produttivi e distributivi, ma la cosa migliore è che, come lo stesso Segré afferma: “è nato proprio con l’intento di essere copiato”.
Altri programmi attivi nello stesso settore non hanno tardato ad apparire: LMM ora si occupa anche della redistribuzione di libri, farmaci e prodotti non alimentari; l’associazione onlus “il Banco Alimentare” è operativa con lo stesso sistema di redistribuzione già dagli anni 90.
Tuttavia abbiamo visto che la maggioranza degli sprechi avviene nell’ambiente casalingo dove il concetto di redistribuzione non è auspicabile, il riferimento a realtà come LMM dunque non è finalizzato solamente a sensibilizzare l’attenzione verso di esse. Il vero valore di queste associazioni sta nel messaggio indiretto che mandano alla collettività, un messaggio capace di rispondere in positivo alle problematiche di questo modello di consumo dissipatore: la soluzione sta nel ridare valore al cibo.
Se, da definizione di J. S. Mill, intendiamo l’economia come l’utilizzo razionale delle risorse per la propria soddisfazione, mangiare (quindi soddisfare il primo dei bisogni) non può prescindere dalle conseguenze che questo atto comporta sulla comunità e sul territorio, poiché tali conseguenze ricadono e ricadranno sulle spalle e sulle tasche di tutti. Considerando dunque gli impatti negativi che spreco e sovrapproduzione comportano sotto il profilo sia economico che ecologico, sono ben lontani dall’essere considerati atteggiamenti razionali.
Nella società di oggi la terra è generalmente percepita come mera risorsa da sfruttare per accumulare ricchezza. Occorre rivoluzionare questo rapporto tra soggetto dominante (l’uomo) e oggetto dominato (terra) affinché essa sia riconosciuta come ciò che effettivamente è: bene comune nel quale insieme alla vegetazione affondano le radici concetti come il diritto e la libertà. Ritrovare il valore della terra e diffondere la cultura del cibo rappresentano il punto di partenza per rinnovare un senso civico che rivolga la volontà generale al bene collettivo e non alla cieca ricchezza di pochi. Considerare i beni comuni come priorità del lavoro (su cui si fonda la nostra costituzione) significherebbe modificare il modello d’impresa basandolo sull’impegno etico per il quale avere un ruolo attivo e responsabile verso la società siano sinonimi di successo.
In tal modo il cibo trascende dai concetti di bene comune per eccellenza, di frutto della terra e fine principale del lavoro, arrivando a rappresentare il manifesto che propone una nuova idea di felicità: un paradigma in cui l’abbondanza cede fascino alla qualità, non solo degli alimenti, ma anche della vita sociale e delle decisioni che prendiamo ogni giorno e dalle quali dipende il futuro di tutti.
Molte volte si parla della nostra Italia come una terra meravigliosa, descrizione alla quale potremmo aggiungere l’aggettivo fertile; chi veramente ama questa terra ha piantato il seme del cambiamento, spetta a noi ora farlo crescere.
Sitografia:
- Rapporto Wate Watcher sullo spreco alimentare in Italia 2013 http://www.wastewatcher.it
- http://www.lastminutemarket.it