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Sepulveda, Petrini, Mujica: il buono, il pulito e il giusto ragionano sulla felicità

“Ringrazio l’Italia perché mi ha dato mia madre” così rompe il ghiaccio l’ex Presidente dell’Uruguay, José “Pepe” Mujica, ospite d’onore lunedì scorso nell’aula magna dell’Università Statale di Milano, insieme con Carlo Petrini e Luis Sepulveda, e lo scrittore Pino Cacucci a moderare l’evento dal titolo “A proposito di felicità”. In un’aula magna strapiena, i tre signori hanno dato prova di grande lucidità e capacità di analisi del mondo contemporaneo e del futuro che ci attende:

“La mia generazione è stata ingenua – spiega Mujica – perché ha pensato al progresso senza dare importanza alla cultura, se l’è persa per strada. La mia generazione ha inteso il progresso esclusivamente in senso capitalista come produzione e distribuzione di beni materiali. Solo ora si comprende quale vuoto possa esserci senza cultura, dove per cultura intendo non solo arte, musica, letteratura, ma la cultura dell’immanente, del significato profondo del quotidiano: il significato delle nostre azioni e il senso che danno alla nostra vita”.

Le parole dell’ex presidente Mujica acquistano un significato ancora più profondo e potente se ci si ferma a pensare all’uomo che le pronuncia, alla sua vita: oriundo ligure di mamma italiana e papà basco, ex contadino ed ex guerrigliero del movimento di liberazione Tupamaros durante i governi semi-dittatoriali di Jorge Pacheco Areco e Juan María Bordaberry, combattente per i campesinos, fu incriminato dai tribunali militari uruguaiani e incarcerato per dodici lunghissimi anni. Scarcerato negli anni ’80, fu riabilitato all’attività politica che riprese con grande passione fino a diventare nel 2010 Capo di Stato dell’Uruguay, carica che detenne fino allo scorso anno. Il Mujica pensiero si può solo in parte sintetizzare nel mantra che il politico sudamericano non smette mai di ripetere: “Quando compro, non compro con il denaro. Compro con il tempo della mia vita che ho dovuto impiegare per ottenere questo denaro”. Da qui, il suo concetto di felicità: “Uscire dallo stato di schiavitù capitalista che ci vuole consumatori compulsivi senza altro scopo nella vita che questo. Capire l’importanza del concetto di limite, nella sua accezione positiva. Lottare per veder realizzato il giusto equilibrio tra il tempo del lavoro per contribuire al benessere della società e l’altrettanto fondamentale tempo libero, per coltivare le proprie passioni, esprimere pienamente se stessi e dare il giusto senso alla propria vita”. Questa è la felicità secondo Pepe Mujica.

Applausi calorosi chiudono ogni frase del presidente campesino, che con le sue parole coglie in pieno le problematiche e le paure della giovane platea presente, composta in maggioranza da studenti.

La parola poi passa a un altro sudamericano, anche lui ex militante, in quello che era il Cile di Salvador Allende, oggi uno dei più brillanti scrittori contemporanei, Luis Sepulveda, ex combattente, ex carcerato sotto il regime di Pinochet, guardia scelta di Allende: fu arrestato il giorno del golpe quando il presidente fu assassinato, per lui invece si aprirono le porte del carcere. Microfono alla mano l’uomo scrittore racconta il presente ripercorrendo con vivida memoria un passato che tanto gli somiglia: “Voglio ricordare Pablo Neruda e il viaggio che organizzò sulla nave Winnipeg, dalla Spagna franchista al Cile comunista, per portare in salvo oltre duemila profughi di guerra spagnoli in fuga dall’Europa nazi-fascista. Era il 1939 e il Cile aprì le porte a questi esiliati. Il mio era un paese povero, arretrato economicamente e culturalmente, eppure accolse con cuore queste persone in fuga dalla morte. L’eredità di questa saggia scelta oggi si esprime nel fatto che senza di loro il Cile non avrebbe avuto una scuola dell’arte, un teatro, una cultura critica, un’industria e un’università all’altezza di un Paese moderno. Se non ci fossero stati loro, il Cile sarebbe più povero oggi”.  La sintesi dello scrittore cileno introduce un discorso più ampio che riguarda il dramma quotidiano delle migrazioni di massa nel Mediterraneo, come antitesi della felicità umana: “Comprendere il concetto di felicità vuol dire comprendere e rimuovere tutti gli ostacoli che ci impediscono il suo raggiungimento – spiega Sepulveda – Il diritto alla felicità è connaturato alla specie umana ed eliminare gli ostacoli al suo compimento è il lavoro politico più importante che si possa fare e l’Europa oggi non lo sta facendo, anzi, alza muri, lascia questa gente morire in mare e paga altri, come la Turchia, affinché li tenga lontani, prigionieri come in un campo di concentramento, a morire di speranza”.

E gli fa eco Carlo Petrini che nel suo intervento lancia un j’accuse chiaro e inconfutabile: “Sarebbe ora di ammettere che “noi Europa” siamo parte del problema che obbliga queste persone a lasciare le loro terre. Quello che stiamo vivendo nel Mediterraneo è qualcosa di unico e sconvolgente – spiega il patron di Slow Food – oltre 4mila morti in mare dall’inizio dell’anno è una cifra enorme. E siamo soli in questa impresa e questo mi rende orgoglioso di essere italiano, perché nel mare di disperazione qualcuno riusciamo a salvarlo con le nostre sole forze. Mentre assistiamo alla “bancarotta dell’umanità”, dopo aver investito miliardi per salvare le banche dal tracollo ora non troviamo i soldi per salvare vite umane, questo è vergognoso, con un’Europa che fa finta di non ricordare il proprio passato colonialista e di aver affamato un continente, l’Africa, che ora ci presenta il conto. Un’Europa che non capisce di essere anche lei Africa, in un destino, che se non si fa qualcosa ora, sarà tragicamente comune.

Petrini cita poi il pensiero del filosofo polacco Zygmunt Bauman riguardo il concetto di felicità: “La felicità è lo stato mentale generato dalla consapevolezza della possibilità concreta di risolvere un problema. Bauman ha ragione: siamo felici quando abbiamo un problema da risolvere e sappiamo che ce la faremo. E ho visto con i miei occhi, nei viaggi con Terra Madre nel sud del mondo, persone poverissime e pur felici, che riuscendo a fare rete affrontano insieme i problemi risolvendoli. E’ questo che manca all’Europa, la volontà di risolvere i problemi insieme”.



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