UNISG Voices

Amsterdam Food Film Festival. Molto più che cena e cinema?

Otto, nove e dieci maggio: tre giorni di festival durante i quali non ho fatto nemmeno una foto. Non uno scatto all’Amsterdam’s Westergasfabriek, il parco dove l’evento si è spostato quest’anno per la sua quarta edizione. Non una selfie fra i canali di Amsterdam, da postare su Instagram al primo bar dotato di rete Wifi. Non che io sia, purtroppo, un salmone che nuota controcorrente, semplicemente non ne ho avuto il tempo. Sarà perché fra le dieci e le cinque lasciavo il telefonino al banco dei volontari. Sarà per la pioggia che mi persuadeva dal tirarlo fuori dalla borsa. Saranno i discorsi del mio compagno di viaggio riguardo le vite registrate sul cellulare: vite che smettiamo di vivere e iniziamo a dimenticare, senza goderci il momento, tanto più tardi una foto si può riguardare.

Sono quasi contenta di non aver fotografato nulla. C’era tanto da vedere con gli occhi e registrare con la propria memoria interna al Food Film Festival di Amsterdam.  Molto più di ciò che i turni da volontaria mi hanno permesso di raccogliere, e meno al tempo stesso. Non scambierei l’esperienza da dietro le quinte con un’altra: significherebbe perdere, fra altre cose, i miei meeting internazionali fra volontari durante ore passate ad asciugare bicchieri.

L’evento, cui molti studenti ed ex-studenti Unisg hanno preso parte, nasce nel 2010 ad opera di Slow Food Youth Network Olanda, “una rete di studenti, giovani consumatori e professionisti del cibo che lavorano insieme per un cambiamento” verso il concetto di buono, pulito e giusto. Francesco Scaglia, coordinatore di SFYN Italia, mi spiega come, dall’interno di Slow Food, lo Youth Food Movement, sia stato in grado di tirare fuori un braccio per mostrare ai giovani quanto le tematiche della biodiversità, dello spreco e della sostenibilità possano essere interessanti, riuscendo a coniugarle in modo interattivo. “Non importa come il messaggio arriva se rimane sempre lo stesso. L’importante è diversificarne la trasmissione”.

Ecco allora che al FFF il cibo si presenta sotto vari aspetti. È centro del piatto al ristorante Horeca. Un sistema ben strutturato, quello con il quale, da volontaria, ho avuto i maggiori contatti. È prodotto che cambia passo dopo passo lungo gli stand e i furgoncini di street food disposti lungo le vie del parco, dietro ai quali si trovano spesso giovani produttori olandesi nati dal progetto delle Academy di YFM iniziato nel 2010 (venticinque studenti fra i venticinque e i trent’anni che ogni anno, per sei mesi, seguono lezioni settimanali su tematiche alimentari, visitano produttori e partecipano a laboratori). Ognuno di loro più che disposto a raccontarti la sua storia. Il cibo è protagonista di film e documentari selezionati a tema gastronomico. Da Soul Food Stories, report di un finlandese su una comunità bulgara dimenticata e culturalmente eterogenea, dove il cibo diventa elemento di unione; fino a Love & Lemons, commedia romantica svedese in cui l’amore si mescola ad una zuppa di pesce. Il cibo è materia prima da “gustare, guardare o cucinare” durante i numerosi laboratori organizzati ogni giorno. Il cibo è sempre, infine, discussione: venerdì, sabato e domenica si sono tenute conferenze, ad entrata libera e a pagamento, con speakers importanti e carismatici. Esempi sono Joel Salatin, comparso nel film Food Inc. e Ben Reade, ex studente Unisg, conduce oggi il settore di Ricerca e Sviluppo Culinario al Nordic Food Lab.

Ad Amsterdam, in ciò che Slow Food Youth Network ha organizzato, ho visto una comunità di giovani forte e interessata. Un gruppo che sa di non poter fare tutto da solo e non ha paura di chiedere il sostegno degli sponsor e la collaborazione dei volontari. Una comunità che si prende sul serio e che per questo viene rispettata.

Nonostante si possa parlare di comunità per quanto riguarda l’organizzazione, talvolta ho avuto l’impressione che manchi l’estensione di questa anche al fruitore del servizio. Lo SFYN sembra a volte concentrarsi più sull’evento, sul servizio offerto, sulla serietà dell’organizzazione, che non su un percorso comunitario che si estenda anche al post-festival. I film, i laboratori, le conferenze, offrono lo spunto, il materiale, che viene però fatto scorrere sui partecipanti senza un flusso ben definito, non c’è una guida nell’analisi a posteriori. Il festival sembra chiudersi come un evento a sé: un gran parlar di cibo che svanisce dopo tre giorni insieme ai vari allestimenti.

C’è da dire che non abbiamo più sei anni, la scelta è nostra: possiamo vivere il festival in due modi. Si può finire il turno da volontario e lasciarsi Westergasfabriek alle spalle, per godersi la città, oppure si può, forse approfittando della pioggia, lo ammetto, fermarsi a sbirciare in una delle sale di proiezione, tendere l’orecchio alle parole di un ospite. Come in tutte le cose, specialmente all’università, quello che porti a casa, nella memoria della tua testa e della tua coscienza, dipende da te.

Io ho portato con me buone speranze, una luce che brilla nei miei occhi di giovane studente Unisg. Si è accesa ad ogni stretta di mano e ad ogni contatto stabilito, riuscivo a sentirmi parte di una rete che già esiste e che si muove. Si è illuminata nell’ascoltare le parole di Ben Reade, che raccontando delle sue ricerche sugli insetti, tra una larva di ape immersa nell’aceto e termiti che sanno di pancetta, afferma di voler costruire una tassonomia nuova, poiché basata non sull’evoluzione ma sull’assimilabilità gastronomica. E di volerlo fare stando sulla strada a raccogliere storie, a cercare di imparare quello che sanno le vecchie signore, per capire se sia l’ingrediente ad essere sostenibile o il processo. Parole in cui un po’ per caso, un po’ a sorpresa, ti ritrovi. Concetti che hai sentito e che evidentemente ti possono portare da qualche parte, se imparerai a sfruttare e allargare la rete. Finché arriverà il giorno in cui smetterai di sorprenderti al pensiero che già a vent’anni si possa essere presi sul serio.

Caterina Pira

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