Girare fra gli stand di Terra Madre è un po’ come viaggiare: si passa in pochi metri dal Giappone al Messico, dall’India alla Svezia. È anche un po’ come leggere un libro, un lungo racconto di tutte le storie dei produttori e delle persone che si incontrano. Certo non bisogna essere lettori o turisti distratti, ma prestare la dovuta attenzione a coloro che stanno dietro gli stand e che ci mostrano orgogliosi i frutti del loro lavoro.
Una di queste persone è la signora Monnè Fatimata Bernadette, presidente dell’associazione ASVT Dollebou (Associazione per la Salvaguardia dei Valori Tradizionali), che ha sede a Ouagadougou in Burkina Faso. Il principio base di questa associazione è “una donna, un reddito”: è infatti fondamentale che le donne abbiano un proprio reddito per essere indipendenti dagli uomini della famiglia, ma purtroppo in molti Paesi africani l’emancipazione femminile è ancora un’utopia. Non è così, invece, per le centocinquanta donne coinvolte nel progetto: il loro salario, infatti, deriva dalle vendite del burro di karité, che producono e vendono anche grazie all’aiuto di un’associazione italiana, SOLE Onlus. Anche Slow Food, chiaramente, ha dato una grossa mano all’ASVT Dollebou, permettendo a Monnè Fatimata Bernadette e ad alcune altre donne di partecipare a Terra Madre e far conoscere i loro prodotti. Per molte di loro è la prima volta a Torino, ma Monnè non si è mai persa un’edizione: “nel 2004 mi hanno telefonato per chiedermi se mangiavo insetti, e ho risposto di sì, che nel mio villaggio è normale, li consumiamo tutti i giorni”, racconta, “e così sono venuta a Terra Madre per dimostrare che ci si può nutrire di insetti e da allora non sono mai mancata a questa grande festa di Slow Food!”.
Dal burro di karité, notissimo e ormai onnipresente nei prodotti cosmetici, si passa in pochi stand alla sconosciuta moringa. Sono pochissimi i visitatori che dichiarano di conoscere, o almeno di aver già sentito nominare, questa pianta tropicale dalle molteplici proprietà nutrizionali. Essa è molto ricca di proteine, vitamine e sali minerali ed è il cibo quotidiano per molti popoli africani: sono le Comunità del cibo dell’Etiopia ad averla portata a Terra Madre, insieme all’associazione francese Moringanews. La presidente dell’associazione, Armelle De Saint Sauveur, conosce di persona i produttori da cui si rifornisce: in questo modo può garantire al consumatore la qualità del prodotto e al produttore una giusta retribuzione. La moringa, quindi, da importante fonte alimentare, potrebbe diventare anche una buona fonte di sostentamento economico per le comunità che la producono.
Dall’Etiopia sono venuti a Terra Madre anche i pastori karrayu, che producono formaggi e saponi con il latte dei loro cammelli. Al loro stand c’è Roba Bulga, il coordinatore della rete locale di Slow Food e Terra Madre, che aveva parlato della sua terra d’origine già alla Cerimonia d’apertura: “I Karrayu sono pastori nomadi da sempre. Si spostano di luogo in luogo, percorrendo centinaia di chilometri insieme ai cammelli. Ma oggi la loro vita è sempre più difficile. Stanno prendendo loro la terra per darla a multinazionali che coltivano canna da zucchero e inquinano l’acqua, o per creare parchi inaccessibili. Per via del cambiamento climatico, ogni anno il deserto avanza e l’acqua è sempre più scarsa. Abbiamo deciso di creare un Presidio per salvare questa cultura antichissima. È nata una cooperativa che raccoglie il latte di cammello appena munto due volte al giorno e lo porta ad Addis Abeba. Ora i pastori hanno l’assistenza di un veterinario, attrezzature e perfino un camioncino che permette loro di raggiungere la capitale”.
In Etiopia, inoltre, ci sono più di sessanta orti: essi sono fondamentali per garantire la sicurezza e la sovranità alimentare in Africa. Inoltre, hanno un ruolo importante per quanto riguarda l’educazione: “i bambini imparano molto occupandosi degli orti”, dice Roba, “conoscono l’ecosistema e l’ambiente in cui vivono, così avranno le basi per esplorare cibi nuovi e la biodiversità del mondo”.
Questi sono solo alcuni dei molti africani che si potevano incontrare e che quest’anno a Terra Madre hanno dovuto portare anche le storie di chi non è potuto esserci a causa dell’ebola. Alla Cerimonia d’apertura, infatti, Ibrahim Mansaray legge la testimonianza di Patrick Mansaray, responsabile degli orti Slow Food in Sierra Leone: “in questo periodo normalmente le comunità si riuniscono nei villaggi in gruppi di 5-10 persone e lavorano insieme in campagna. Questo permette loro di coltivare una buona quantità di terra e di avere il necessario per la famiglia e qualcosa da vendere. Ma da quando è iniziata l’epidemia di Ebola, è vietato formare gruppi di più di cinque persone, per evitare il contagio. In questo periodo di crisi gli orti di Slow Food sono più importanti che mai. Lo spirito di collaborazione si è rafforzato e molte comunità ora sopravvivono proprio grazie ai prodotti di questi orti. Non dobbiamo abbandonare questo progetto, ma andare avanti, tutti insieme”.