Come molti di voi sanno, o forse non così “molti”, la nostra università, accanto ad altre altrettanto interessanti iniziative, prevede una lunga lista di cosiddetti visiting professors, figure importanti del mondo del food che si rendono disponibili per venire all’UNISG a tenere delle lezioni inerenti, ovviamente, il tema del cibo in tutte le sue mille sfaccettature.
Mercoledì 18 febbraio ho avuto il privilegio di intervistare uno di questi visiting professor, lo chef inglese Barny Haughton. Barny viene da Bristol e, nonostante si dichiari chef, la sua principale e più amata attività è insegnare. Ma partiamo dall’inizio.
Barny prima di diventare chef era un insegnante di inglese in un liceo di Bristol. Si può quindi dire che abbia semplicemente cambiato l’oggetto del suo insegnamento mantenendo però viva la sua vera natura, ovvero quella dell’insegnante. Nel 1988 Barny decide di aprire un organic restaurant a Bristol. In quegli anni il concetto di organico (o naturale che dir si voglia) era ancora poco conosciuto, considerato un concetto un po’ hippy o persino strano. Non era ancora sulla bocca di tutti come lo è invece oggi. Si può quindi considerare Barny un pioniere di quella mentalità e di quel modo di mangiare che oggi ci è tanto cara. Attraverso il suo ristorante, infatti, Barny vuole insegnare ai suoi clienti cosa si intende per provenienza del cibo e sostenibilità e perché sono da considerarsi concetti fondanti per chiunque voglia ritenersi un buon consumatore.
Deciso a diffondere il suo verbo, Barny inizia a lavorare con le scuole con l’obiettivo di insegnare ai bambini e ai cuochi delle mense scolastiche cosa fosse il buon cibo, ovvero quel cibo che oltre a nutrire il corpo (obiettivo fondamentale di tutti i cibi) nutre la mente di chi lo mangia e crea così una connessione con la terra da cui proviene.
Sulla scia di questa esperienza, nel 2010 Barny dà inizio alla sua più grande sfida aprendo una scuola di cucina, la Square Food Foundation, in una zona disagiata di Bristol con la speranza di accogliere, durante sue lezioni, persone che con il mondo del buon cibo non avevano alcun legame. Questa scuola si basa su una filosofia ben precisa, ovvero quella di condividere esperienze, conoscenze, culture e modi di vivere attraverso la preparazione e la fruizione del buon cibo ottenuto da ingredienti crudi (non necessariamente molto pregiati) e con l’uso (quasi esclusivo) delle mani, grazie alle quali è possibile intensificare il legame e la connessione con ciò che si sta manipolando.
Dopo avermi raccontato in maniera sommaria la sua storia, mi racconta di quando e di come è entrato in contatto con Slow Food, Carlo Petrini e ovviamente con la nostra università.
La storia di questo incontro risale al lontano 1986 quando Barny incontra per la prima volta Alice Waters, vicepresidente di Slow Food International, che lo introduce al mondo di Slow Food e di Terra Madre. La reciproca attrazione è da subito molto forte, tant’è che da subito entra a far parte di questo movimento culturale seguendone i principi fondanti e pochi anni dopo fa domanda per venire ad insegnare all’Università di Scienze Gastronomiche, dove ormai insegna già da nove anni.
Ciò che insegna nella nostra università cambia di lezione in lezione. Il minimo comun denominatore però è sicuramente il tema dell’educazione alimentare, ovvero quel lungo e tortuoso percorso che porta alla comprensione e alla pratica del buon cibo. Non si tratta quindi di dispensare ricette, ma di entrare in contatto con gli studenti insegnando loro il valore del cibo, in tutti i suoi variegati aspetti.
Della nostra università Barny ha una grande stima e un’ottima considerazione. Secondo lui è il più importante seedbed della cultura alimentare e la sua speranza è che noi studenti, come testimonial di questo importante food thought, sapremo valorizzare ciò che abbiamo appreso durante gli anni trascorsi qui. Anche il terreno su cui è sorta l’università costituisce un valore: Pollenzo e Bra si sono trasformate in piccole realtà universitarie, vissute e valorizzate da noi studenti, che, lontane dal mondo urbano, favoriscono la formazione di una vera e propria comunità. Trattandosi di cibo, la comunità, secondo Barny, è fondamentale, in quanto la condivisione di esperienze culinarie necessità di collettività.
A fine intervista Barny mi regala un consiglio, rivolto a me in quanto studente e quindi dedicato anche a tutti voi. Non vogliate risolvere tutti i problemi del mondo, fate la vostra piccola parte, fatela bene e vedrete che dalla vostra vita trarrete molte soddisfazioni.