Tra i tanti orizzonti che caratterizzano queste colline, quello del canto è forse uno dei più profondi: ne segna le strade, le cascine, la gente. Nel canto delle uova, nel canto dell’osteria, nel canto mitico e popolare raccontato anche da Fenoglio, Pavese e Lajolo è forgiata l’umanità di questa terra: il senso profondo, caldo, viscerale di questa comunità.
Sono queste le vie dei canti della Langa e del Roero che ci insegnano di come il canto corale sia un esercizio attraverso cui si genera e si esprime una comunità. È in questa fondamentale lezione che ha le sue radici più profonde il Coro dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche. Dai primi canti intonati ormai dieci anni fa, agli albori dell’Ateneo, quando gli studenti nelle notti quaresimali andavano ad offrire in dono alle colline assonate il canto delle uova, la corale universitaria è cresciuta diventando una realtà che coinvolge gli studenti, il personale e gli amici di Slow Food, dando voce alla communitas dell’Ateneo.
Il Rettore UNISG
Piercarlo Grimaldi
Lunedì mattina. Seduta in fondo al pullman ascolto “Rose rosse”. Una canzone popolare ed un telefonino: il più banale dei legami tra tradizione e innovazione cui il Cantè J’euv può dare vita. Un piccolo insignificante successo rispetto a quel qualcosa in più che ancora non vedo. Qual è il senso di un corteo multietnico di giovani e anziani che nella notte di sabato 22 marzo si dirige cantando verso due cantine delle Langhe, in memoria di un rito di origine precristiana?
Mezz’ora dopo, durante una conferenza sulle comunità rurali, Carlo Petrini mi dà una risposta: “Per dare valore al cibo bisogna dare dignità al contadino”. Ecco che nella mia testa, in mezzo alla musica, al vino, al cibo e al vorticare intorno al falò si accende la lampadina del significato. Sabato abbiamo celebrato i produttori di Dogliani. Lo abbiamo fatto cantando per le uova, per la fertilità della vigna e per l’arrivo della Primavera.
Al lavoro di Gemma e Quinto Chionetti abbiamo dedicato la prima serie di canti. Moglie e marito siedono l’una accanto all’altro al centro del centinaio di persone cui hanno offerto un romantico riparo dalla pioggia. Non saprei dire quali siano i loro pensieri di fronte a questa scena. Io penso alla fatica, alla passione per la vigna e per la vita. Basta quel momento in cui i loro anni insieme sono al centro dei pensieri dei presenti affinché i nostri occhi li guardino con l’ammirazione che meritano? Ammirazione di cui non sono loro ad aver bisogno. Ma noi.
Noi che cerchiamo di cambiare qualcosa nel sistema alimentare. Se crediamo nel valore della gastronomia dobbiamo avere fiducia in quel canto. Abbiamo bisogno di credere nella dignità del contadino che stiamo celebrando, altrimenti il Cantè J’euv diventa una farsa, un gesto privo di significato. Si riduce, non che in parte non lo sia, non dico questo, ad un’occasione un po’ fuori dagli schemi in cui alzare il gomito.
È questione di attenzione. È tentativo di raccogliere ogni immagine, per poi trasformarla in una riflessione.
Un ragazzo mi chiede fra una cantina e l’altra quale sia la tradizione del Cantè J’euv. Pur non conoscendola vi ha preso parte. Inizio il racconto a partire dal corteo, dai ragazzi che camminano nel buio per cantare davanti alle cascine, allora ignare e addormentate. Scelgo un verso in particolare: “Ch’a në scusa sor padron dla nostra gioventura l’oma ‘l sangh ch’a nan tormenta fin-a la cintura”. Che ci scusi signor padrone ma per la nostra giovinezza abbiamo il sangue che ci tormenta fino all’eccitazione. Le parole della passione. Dei giovani che osservano le figlie del padrone in cerca di una sposa. Mentre racconto la storia in un inglese titubante, mi accorgo di non averla ben chiara neanche io. Eppure mi sono emozionata. Basta questo per attribuire a tutto ciò un significato?
Uno dei musici mi lascia di sasso: “È bello non sapere cosa ci succederà domani. Altrimenti non saremmo così felici”. Vogliamo sempre controllare tutto. Non capiamo che se sapessimo a priori come andranno gli eventi non potremmo più immaginare tutte le possibilità. La vita perderebbe sapore.
Ecco che le parole di una compagna australiana si riempiono di senso. “A volte mi fermo a riflettere e penso a che cosa io stia facendo qui, nel bel mezzo della notte, con questa gente italiana a caso, a cantare canzoni di cui non conosco il significato, a ballare lungo la strada. I miei amici in Australia non ci crederebbero mai.. This is so nice”. Ti rendi conto che l’unica soluzione è continuare a cantare.
Sento, durante il cammino, che l’elemento passionale doveva essere il più forte al tempo. Non a caso è rosso il fazzoletto della canzone di ringraziamento rivolta alla padrona. C’è un filo, un fazzoletto rosso che lega tutte le storie e le canzoni, le persone e i luoghi. Un fazzoletto che permette a tutti di sentire qualcosa in quei canti, anche senza capirne le parole. È il fazzoletto della nostalgia, degli amori infelici, della patria lontana, dei temi sempiterni di cui cantano i popoli di ogni paese.
“Non potrò dimenticare i tuoi baci. Non potrò dimenticare il tuo amor. Ma se un dì ritornerò, il tuo amor ritroverò, la mia bocca sulla tua sentirò”. E ancora: “Dio del ciel se fossi una colomba vorrei volar laggiù dov’è il mio amor, che inginocchiato a san Giusto prega con l’animo mesto: fa che il mio amore torni ma torni presto”.
È seguendo questi ritmi che arriviamo a Cascina Corte, la seconda cantina. Subito si rivela un altro segno del dialogo fra passato e presente: “Per i vegetariani laggiù c’è una zuppa di verdure; per tutti gli altri, qui serviamo la trippa”. Una frase che, pronunciata da un anziano piemontese nel bel mezzo delle Langhe, parla da sola.
Tutto è un po’ pazzo in questo Canto delle uova. Un signore ubriaco mi dice di aver fatto il militare a Dronero, il paese da cui viene mia nonna, a due passi da Cuneo. Lo ho già etichettato. Finchè lui si gira e in fluente portoghese si rivolge al mio compagno brasiliano. Resto confusa: altri significati che non riesco immediatamente a metabolizzare.
Prima di andare, ancora una volta si canta il fazzoletto rosso: “Amalia Amaliella, tu sei la più bella, e dammi la tua vita, e dammi la tua vita”. Insieme al fuoco e al canto, si accende intorno al falò una preoccupazione: la sciarpa rossa, il fazzoletto, è al collo di Carlo Petrini, e di nessun altro.
Sul pullman, di ritorno a casa, noi studenti intoniamo Battisti, la musica che tutti conosciamo. Le canzoni dei nostri genitori che bene o male sono rimaste nella memoria. I brani che si ascoltavano in auto, sulle cassette a nastro, quando si partiva per il mare. Non è una scelta a caso: è il canto di comunità della mia generazione. Significa che la questua qualcosa ha risvegliato. Rispetto ai musici siamo più frenetici e disordinati, ma è proprio un verso di Battisti che può definire quel legame rosso, rimasto lo stesso fin dai primi giovani che cantavano le uova: “L’eccitazione il sintomo d’amore, al quale non sappiamo rinunciare”.
Caterina Pira
