Tra le piccole comunità rurali del basso Piemonte (Langhe, Monferrato e Roero) si sono sviluppate nel corso dei secoli un gran numero di tradizioni legate al calendario delle festività cristiane. Fino ad una cinquantina di anni fa non c’era stagione o momento dell’anno che non fosse fortemente caratterizzato da un rito o una festa popolare, spunto di aggregazione per le famiglie per stringersi intorno a racconti e canti dialettali. Le veglie nelle stalle d’inverno, il Cantè magg di primavera, la festa dei coscritti, la notte di san Giovanni con i falò in cima alle colline al sorgere dell’estate, le sagre patronali, le feste della vendemmia sono solo alcuni degli eventi ricorrenti.
Tra tutte le tradizioni ne spiccava una particolarmente suggestiva ed emozionante, forse la più strana e forse la più sentita in alcuni paesi: la questua delle uova, in dialetto il “cantè j’euv”. La primavera con i primi tepori stagionali induceva gruppi di giovanotti e non ad attraversare la via delle cascine nelle notti di Quaresima che precedono la Pasqua a piedi o su carri trainati da bestie. Nascosti dalla notte giungevano alle porte e lí cominciavano a cantare, accompagnati da fisarmoniche e tamburi, una sorta di filastrocca in dialetto piemontese per omaggiare il padrone della cascina e per invitarlo ad uscire e a donare un pò delle sue uova.
Il padrone il più delle volte usciva, poneva una dozzina di uova in una cesta portata da un ragazzo vestito da frate (il frantucín) e a quel punto con gioia i cantori ringraziavano la padrona nuovamente con il canto per poi riprendere il cammino alla volta di un’altra cascina. Capitava poi spesso che il padrone generoso offrisse loro un bicchiere del suo vino, salumi e formaggi di casa per allietare la sosta. Rare ma presenti erano le volte in cui il padrone non apriva le porte: in quell’occasione si intonavano maledizioni bonarie e scherzose contro la cascina ed i suoi abitanti, in particolare contro gli animali ed il raccolto, senza augurare però reali sventure.
Senza dubbio questo era un bel momento di festa per tutti, che animava la notte paesana con canti e musiche, ma un altro era il significato principale di tanto “rumore”: le uova venivano raccolte per preparare una grande frittata nel giorno di pasquetta cosí che tutto quanto il paese potesse mangiarne un poco.
Purtroppo tutti questi motivi e significati non sono bastati per salvare il Cantè j’euv dall’orlo dell’estinzione: trent’anni fa le uova non si cantavano praticamente più, pareva quasi non fosse mai esistita una tradizione simile. La rinascita del rito risale soltanto ai primi anni 80.
Anche noi studenti il 28 marzo abbiamo espresso il nostro desiderio di ritrovarci insieme con il canto e la musica, in un cant’è j’euv “internazionale, a modo nostro”, tra le le cascine di Dogliani.
“Canta y no llores, porquè cantando se alegran cielito lindo los corazones”, versi della canzone “Cielito lindo” della musica popolare messicana, hanno accompagnato la nostra notte di ricerca delle uova improntata a valorizzare la tradizione con un pizzico di innovazione. L’innovazione consiste nella partecipazione sentita di studenti multietnici che ben poco hanno in comune con i riti piemontesi e che ancor meno sono legati al cantar le uova, con all’aggiunta di alcuni canti di altre culture ai canti piemontesi per mantener vivo il cammino.
L’unione ha fatto la forza in quella notte e non vi son state “voci fuori dal coro”: le tante nazionalità presenti hanno saputo unirsi in una comunità sola. Solo la pronuncia in dialetto piemontese ha creato qualche ilarità con i mille e più strafalcioni, ma questa è un’altra storia.
Chionetti Quinto e figli sono stati la prima tappa della nostra ricerca. La signora Maria, proprietaria della cantina ci ha accolti a braccia aperte, forse un pò incredula e commossa per il gran numero di cantori alla sua porta, e dopo averci lasciati sfogare ben bene a suon di canti e danze ha cortesemente condiviso con tutti noi forestieri il frutto del suo lavoro, il suo vino, accompagnato da qualche (abbondante) stuzzichino che da educati ospiti non abbiamo sdegnato.
A passo lento e con qualche passo di danza ci siamo poi spostati di canto in canto verso la nostra seconda tappa: la cantina Marziano Abbona dove nuovamente le uova non ci sono state negate. Una volta aperte le porte la banda ha ripreso a suonare e noi a cantare, questa volta in compagnia di decine di botti di Barolo a riposo. Il Barolo ha bisogno di pace per sviluppare i suoi aromi, avremo disturbato quindi la sua quiescenza? Questo dubbio ha assalito dapprima il gentil proprietario e in seguito qualche presente, ma dopo due o tre canti ha lasciato il tempo che ha trovato. Forse con tutta quell’allegria abbiamo solo incrementato il valore sensoriale: un suo assaggio magari invoglierà i futuri consumatori a cantare.
Piacere di stare insieme e tanti sorrisi sono stati qui, come dalla signora Maria, gli ingredienti base della nostra visita di cortesia.
Il canto è elemento di unione: è in grado di unire e appacificare e già lo avevano capito in tempi ben ben più remoti. Segna le strade, le cantine, la gente, forgia le comunità. Accomuna e regala emozioni che raramente sono rintracciabili in altri gesti sociali. Ecco che allora il suo valore incrementa se associato alla tradizione gastronomica, elemento alla base della condivisione sociale.
Le tradizioni che però rischiano la netta estinzione a causa del nuovo modo di pensare il mondo, a causa del globale che avanza, sono troppe. Possiamo permetterci di perdere questi piccoli momenti che ci consentono di liberare cuore e mente dai mille e più problemi della vita?
Ecco un consiglio: si continui a cantare: comunque, dovunque, in ogni lingua nota ed ignota, sempre in compagnia e con tanta allegria. Poco importa se lo si fa per cercar le uova per la frittata, per coccolare litri di Barolo a riposo o semplicemente per augurare un buon compleanno, quel che conta è farlo e non lasciare che la tendenza all’individualismo emergente porti a dimenticare quei canti in grado far parlare persino con la luna!