Arpisson. Valle D’Aosta. 2400 mt di altitudine.
Di fronte a me il massiccio del Gran Paradiso.
Tutt’attorno montagne, ghiacci e ancora montagne.
Tanto alte e belle da togliere il fiato.
Sono arrivato ad Arpisson come wwoofer, prestando cioè braccia e soprattutto gambe in cambio di vitto e alloggio presso la miracolosa azienda agricola di Attilio e Gabriella, piccola impresa specializzata nella produzione di fontine, tome di capra, burro, ricotta e quant’altro si possa ricavare dal prezioso latte delle loro vacche e capre che, senza temere di essere smentito, direi si possano annoverare tra gli animali da cortile più felici che esistano.
Volevo fare una vacanza diversa dalle solite, che mi permettesse di osservare da vicino, di conoscere e imparare qualcosa da una realtà di produzione agroalimentare artigianale condotta a stretto contatto con la natura e con l’ambiente. E, cavoli, se ho imparato.
Ogni sera, saliti i 400 mt di dislivello che conducono dal l’azienda agricola all’alpeggio di Arpisson, per quanto stanco o affamato che fossi, non riuscivo a non fermarmi anche solo per un breve attimo ad ammirare quel panorama straordinario. Quasi alla fine del tratto più ripido di salita compariva il sole, già salutato dalla valle, ma ancora caldo quassù. Poco più avanti sostavo lì, nel punto in cui il sentiero piega a destra puntando dentro il vallone già in ombra, macchiato qua e là di bianchi scampanellii che attorniavano la stalla. E ammiravo quello spettacolo di rocce, luci e crepacci che silenzioso si stagliava tutt’attorno.
Ho imparato parecchio sulla produzione, o meglio sulla vita, dei formaggi d’alpeggio: l’importanza dell’alimentazione degli animali, il rapporto con essi, la preziosità del latte e del suo trattamento, le temperature di cagliata, i ritmi di lavaggio delle tome, l’ in aggirabile regola per cui l’acqua con cui vanno strofinate per togliere la muffa mentre “diventano grandi” debba essere bollente.
Tuttavia mi sono convinto del fatto che anche quelle montagne giocassero un ruolo fondamentale nel magico processo che porta a questi formaggi; come se pezzi di quella bellezza venissero racchiusi in ogni forma e gli conferissero un gusto raro e irripetibile.
La sveglia non suonava nemmeno così presto lassù. Mi hanno sorpreso i tempi del lavoro in alpeggio. Non serve a nulla stressarsi, di lavoro ce ne sarà anche oggi, prendiamola con serenità. A Fabio, che grazie al wwoofing stava girando l’Italia da 2 anni, piaceva andare in stalla la mattina presto e godersi quel silenzio tra i caldi respiri delle vacche ancora assonnate.
Un cestello di ricotta di capra dolce come lo zucchero a centro tavola, caffè, e pane fatto in casa, scuro come Norman, il toro. Re indiscusso della valle.
– “Marco, Norman è buono, ricordati solo di non guardarlo negli occhi eh!…”
– “Ah…”
Duro come le pietre ma buono da morire, quel pane.
Stivali e al lavoro: capre da mungere, stalle da pulire, recinti dei vitelli da allargare e bidoni del latte da sciacquare. Vedere Gabriella mungere le sue chevrettes, o Attilio far alzare dal sonno le sue vacche, grigio alpine di rara maestosità, era per me uno spettacolo: si capiva subito che non c’era altro posto al mondo nel quale avrebbero voluto essere. Gabriella ha insegnato a tutti noi a mungere le capre -difficile, credetemi- e lo faceva con un gran sorriso. Attilio ha delle mani grandi, più grosse della media, perché racchiudono anni di lavoro, di esperienza e di maestria nell’arte casearia e tanto amore per quello che fa.

Lavorare a 2400 mt è duro. Al mattino fa comunque freddo anche se il sole è più cattivo che in pianura, l’erba bagnata e scivolosa, i pendii dei recinti ripidi e i vitelli impazienti e straordinariamente forzuti. Nel rispettivo ordine ho collezionato:
– Epici scivoloni con dispersione a valle del materiale trasportato e abrasioni varie;
– Tragicomici inseguimenti della bobina del filo elettrificato da recinto mal posata sul pendio di lavoro;
– Sfiancanti faccia a faccia con vitelli che mi rincorrevano per la stalla scalcianti in cerca del secchio di latte.
Salite al pascolo le vacche, via gli stivali, su le scarpe e giù dal sentiero. Kira e Nebbia a far strada. C’è tanto sole, quindi… fieno. Abbiamo fatto fieno ai piani di Le Cretette per 5 giorni. Un posto meraviglioso: uno stretto imbocco che apre su una valle selvaggia e luminosa dai prati fittissimi. Attilio e Gabriella hanno deciso di non costruire una strada che avrebbe percorso tutto il fondovalle agevolando il loro lavoro e quello di altri imprenditori agricoli permettendo l’accesso ai macchinari, scegliendo invece di preservare l’ambiente e il luogo così com’ è: difficile da raggiungere – soprattutto per lavorarci – , selvaggio e bellissimo. “Come potevamo permettere che un luogo così, dove chiunque può godere della natura e i bambini giocare nei prati, fosse rovinato da una strada?” mi spiega Gabriella. Se tutti gli imprenditori, agricoli e non, mostrassero un’attenzione simile al territorio, alle persone, all’ambiente e alle risorse che non ci appartengono ma che continuiamo a consumare miopi e avidi, molte cose andrebbero per il verso giusto, credo.

Così il fieno, una volta asciutto, va caricato su teloni di nylon e trascinato a mano fino al muretto a secco che segna l’imbocco della valle e poi giù di corsa fino al trattore che attende di portarlo al fienile. Tra il dire e il fare, permettetemi, non poca fatica. Quattro o cinque ore così, in compagnia di falchi curiosi e dentro una cornice che ripaga ogni sforzo.
Per due settimane ho vissuto, assieme ad altri wwoofers, una realtà molto particolare, totalmente opposta a quella cui sono stato abituato per tutta la vita, fatta di poche, pochissime cose. Intendo le cose in senso stretto, materiale, perché è stato un vivere molto più ricco di quello che si possa credere.
In 15 giorni ho fatto 2 docce, non mi sono mai seduto su un divano, non ho mai acceso una televisione, mai utilizzato internet, mai comprato plastica, mai cambiato i pantaloni con cui lavoravo e mai mi sono preoccupato di cosa avevo addosso. Scommetto che ognuno di noi, nella vita di tutti i giorni, faccia tutte queste cose almeno una volta al giorno ( escluso il cambio di pantaloni ).
Ho vissuto con poco ma era tantissimo: a tavola c’erano conversazioni, piani per il lavoro del pomeriggio, insegnamenti e consigli per noi su come fare, racconti di ricordi di montagne, di lupi, di nevicate e , guarda un po’, di formaggi. C’erano risate. Ho riflettuto anche su quest’ultimo aspetto. Oggi in tivù, pensateci, spopola il comico – anche grazie al generoso contributo di classi politiche e dirigenti, lo ammetto- , colui che fa ridere, che deve farci ridere perché probabilmente non siamo nemmeno più in grado di farlo da noi, a tavola con la famiglia o con gli amici. Abbiamo bisogno di programmi di scienza perché non siamo più curiosi e capaci di costruirci la nostra conoscenza da soli, di e-book da scaricare perché troppo pigri per riscoprire le librerie, di siti di incontri virtuali perché non siamo più in grado di relazionarci a tu per tu, e forse quindi anche di comici che ci facciano ridere perché tra di noi non riusciamo.
Così era ad Arpisson: una realtà povera e ricchissima allo stesso tempo, in mezzo alle montagne. Attilio e Gabriella appartengono a quell’ insieme di persone che vivono per lavorare invece che lavorare per vivere; e per quanto potesse sembrarmi una filosofia stacanovista di vecchio stampo contadino, forse un po’ estrema alle orecchie di un ventiquattrenne di oggi, alla fine ne ho colto il significato e riconosciuto il profondo valore.

Il lavoro che fanno ogni giorno, tutti i giorni, quello stesso lavoro che io e i miei compagni wwoofers abbiamo aiutato a svolgere questa estate, era diverso da qualsiasi altro tipo di lavoro conoscessi; è un lavoro pianificato la mattina, davanti al bicchiere di caffè in base alle condizioni meteo, è un lavoro duro ma a contatto con aria pulita e natura incontaminata, è un lavoro senza superiori cui render conto, senza e-mail o conference-call, ma più di ogni cosa è un lavoro da cui si trae sostentamento diretto, un lavoro i cui sviluppi e frutti si saggiano al termine di ogni giornata e i cui risultati –piccoli o grandi che siano – sono lì, davanti agli occhi di chi li ha raggiunti, ogni sera.
E allora capisci perché esiste qualcuno che vive per lavorare.
Insomma in queste due settimane ho imparato molte cose: non posso dire di saper fare i formaggi, ovvio, né di saper tenere delle vacche (la fuga dal vitello scalciante ne rimane una prova). Per quest’arte ci vuole tempo ed esperienza di anni.
Ma ho imparato che si può vivere con poco, molto poco, e con quel vivere benissimo; ho imparato una volta per tutte che gran parte delle cose che possiedo e di cui mi preoccupo sono in realtà superflue e ho imparato quanto saremmo in grado di fare, ciascuno di noi, per sfruttare l’ambiente che ci circonda senza comprometterne l’equilibrio.
Soprattutto, però, ho imparato quanto sia duro vivere a 2400 mt in alpeggio, ma allo stesso tempo quanto siano eccezionalmente buoni quei formaggi che nascono lassù, vicinissimi al (Gran) Paradiso.
E per chiunque fosse interessato: http://www.wwoof.net/


