“L’idea per il libro [Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza n.d.r.] è nata da una domanda di mio nipote Daniel. Aveva in mano una lumaca e la fissava in silenzio da qualche minuto: io cominciavo a preoccuparmi perché quando fa così significa che sta per pormi una domanda difficilissima. E infatti dopo un po’ mi guarda e chiede: perché è così lenta?”.
Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza non è un libro per bambini, come non lo era Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. Se nel 1996 voleva insegnare i valori della solidarietà e del rispetto per il diverso, oggi Sepulveda sente un’altra urgenza: gli sembra che, in un mondo dominato dalla velocità e dalla corsa verso il progresso, sia importante esaltare la lentezza come virtù, poiché essa non significa trattenersi e non dare di più, ma scegliere il proprio ritmo di vita. A conferma della sua tesi, Sepulveda racconta agli studenti dell’Università di Scienze Gastronomiche il caso dell’Uruguay: a differenza degli altri Paesi dell’America Latina, l’Uruguay ha deciso di non voler diventare un paese del Primo Mondo, rincorrendo il mito dello sviluppo, ma di voler abolire la povertà, in modo da diventare una società completamente sana ed egualitaria: una società “allumacata”, la definisce lo scrittore.
Il punto di partenza per un mondo migliore, quindi, è conquistare il diritto a vivere una vita felice: ognuno di noi deve, perciò, decidere il proprio ritmo di vita, senza soccombere alla velocità, e deve fare in modo che anche gli altri siano felici, perché per essere felice ho bisogno che anche il mio vicino lo sia.
Uno dei tanti aneddoti della sua vita che Sepulveda racconta agli studenti riguarda proprio la felicità: nel 1978, dice, ha passato sette mesi in Ecuador con un gruppo etnico dell’Amazzonia, dei quali non conosceva la lingua. Ciò che lo ha colpito di più era la riunione serale attorno al fuoco, in cui parlavano degli avvenimenti del giorno appena trascorso: anche se lui non capiva cosa dicessero, era affascinato da questo momento e il giorno più felice, per lui, è stato quando, finalmente, ha potuto raccontare a sua volta la sua giornata.
Sepulveda aveva iniziato la conferenza proprio parlando di quella che, secondo lui, è “l’espressione più gioiosa dell’umanità”: la famiglia che, alla sera, si riunisce attorno al tavolo e ognuno racconta la propria giornata agli altri, magari romanzandola un po’, così come fanno gli scrittori.
Su domanda di Petrini, lo scrittore cileno racconta, inoltre, del suo rapporto con il cibo. Parla del rituale della preparazione della carne asado (alla griglia n.d.r.), momento sacro per i Cileni, in cui ognuno cucina la carne secondo la sua personalissima e segretissima ricetta, a differenza degli Argentini, che condividono i loro metodi di preparazione con tutti. Passando ad un piano più personale, racconta, poi, del ristorante di suo nonno e di suo padre, del quale lo affascinavano la passione e la accurata manualità, e ricorda con piacere i profumi annusati in quel ristorante: quello del pane appena sfornato e del miele dei Mapuche del Cile. Racconta di un agnello, allevato e amorevolmente ucciso da un gaucho in Patagonia; racconta di un panettiere di Amburgo che gli ha regalato il suo tavolo da lavoro, che ancora profuma di pane; racconta di suo padre, che parlava coi pesci prima di cucinarli. Come scrive Brecht, infatti, non è importante il banchetto di Cesare e Cleopatra, ma il nome del cuoco che ha cucinato, del produttore del vino che hanno bevuto e del pescatore che ha procurato il pesce.
Alla platea affascinata che lo ascoltava, Sepulveda è sembrato un po’ poeta, un po’ nonno e un po’ Che Guevara: e come dice giustamente Carlin Petrini “guai a quel paese che non ha poeti”.