Studiare il patrimonio gastronomico non può prescindere dalla conoscenza del più vasto patrimonio culturale. Può sembrare una cosa ovvia, ma la tradizione gastronomica non può essere separata dalle tradizioni di coloro che l’hanno generata. La cultura italiana, più di altre, deve molto a quell’insieme di pratiche e credenze popolari che l’hanno modellata e che l’hanno da sempre caratterizzata.
Il mondo contadino era dipendente dalla Natura e dai suoi ritmi, da essa ne derivavano annate agrarie soddisfacenti o periodi di carestia. Il mondo contadino non è mai stato però inerte o schiavo passivo di questa, non ha mai guardato rassegnato lo scorrere del tempo. Ha, con suoi mezzi, provato a proteggersi, ha costruito altari e pregato i suoi santi, si è circondato di una ritualità sacra e profana per scongiurare i danni della siccità e della tempesta, le carestie e le pestilenze, ha intrapreso pellegrinaggi. Questo ambiente fortemente caratterizzato da una cultura orale, allo stesso tempo superstizioso e devoto, ci ha seguiti almeno sino ai primi decenni del Novecento. C’era una logica e una spiegazione a tutto , e anche l’arte, popolare e non, si allineava e rispondeva a questa diversa saggezza.
Seguendo il corso del Tanaro, superate le colline delle Langhe, entrando nella zona del Monregalese, ci imbattiamo in una piccola chiesa, una chiesa rurale, dall’architettura esterna estremamente semplice, ma che racchiude un vero tesoro. Siamo a Bastia di Mondovì, e questa piccola struttura è un raro esempio, in ottimo stato di conservazione, di un’opera artistica che ci racconta una storia: quella dei secoli passati in queste terre agricole. E’ la chiesa di S. Fiorenzo, una chiesa ancora con qualche mistero da svelare, così come lo sono le vicende, ancora in parte leggendarie, del suo santo. Entrando veniamo rapiti da uno dei più straordinari e vasti cicli di affreschi del Monregalese, ben 326 mq di immagini da decifrare.
In principio, probabilmente nel XI-XII secolo, era un ricovero per viandanti, il più delle volte diretti in Liguria. Ci volevano tre giorni di cammino infatti per vedere la costa, e riposandosi qui i forestieri trovavano conferma e attestazione sacra del loro giusto cammino. Le cappelle rurali non sono poche in queste zone: nelle campagne del Monregalese non è poi così raro trovarne, e fino a poco tempo fa erano ridotti a ripari dalle intemperie, o semplicemente deposito per attrezzi agricoli. Erano punti di sosta per i pellegrini che percorrevano la Via Francigena, i quali erano soliti lasciare magari il loro nome inciso sulla parete, oppure un graffito, una supplica, una preghiera. Le cappelle campestri si trovano di norma nelle terre di passaggio, di scambio, all’incrocio di strade. Questo era in passato probabilmente uno dei caratteri di questi luoghi, anche qui infatti, a San Fiorenzo, si individuano i tratti di una antica strada medievale. Era il Quattrocento, e la piccola cappella, quale era in origine questa struttura, fu ampliata evidentemente per la crescente devozione, e l’originario edificio divenne presbiterio , mentre uno dei quattro lati si allungò trasformandosi in navata. Non si sa se l’originaria cappella fosse comunque dedicata a San Fiorenzo, forse era intitolata ad un santo fanciullo, come ricorderebbe un piccolo frammento di affresco, rinvenuto in una parete del presbiterio, e risalente alla prima trasformazione dell’edificio. Queste cappelle, una volta ampliate, divennero veri luoghi di culto, e le pareti, come qui, furono affrescate da immagini che coinvolgevano e toccavano la fervida devozione popolare. In queste pareti, attraverso l’iconografia, umili e non, potevano leggere un messaggio, potevano autoeducarsi e capire come purificarsi. Simboli e raffigurazioni, talvolta per noi inspiegabilmente complesse, erano ben note e comprensibili agli occhi di coloro che erano soliti frequentare questi luoghi. Sbaglieremmo se giudicassimo elementari queste raffigurazioni. Dietro ad ogni simbolo c’è una intricata rete di sfaccettature, c’è una conoscenza condivisa. Queste pareti sono pagine aperte di libri sacri, che anche il credente di allora, il più delle volte nato e cresciuto nel mondo dell’oralità, era in grado di leggere. Sembra paradossale, ma noi che ora conosciamo la scrittura, a prima vista le comprendiamo con maggiore difficoltà.
Attenzione, parlare di contadini che abitavano queste terre e che frequentavano questo luogo sacro non equivale a dire che siano stati loro, e solo per loro necessità, a volerlo e a costruirlo. Come sempre c’era un committente, figura chiave per interpretare qualsiasi esperienza artistica. Non c’è arte senza committenza, ma ogni committente ha i suoi scopi. Spesso l’intento primo è quello celebrativo, e per questo si fa spesso ritrarre accanto ai santi, ma anche l’uomo ricco, nel Quattrocento non era indenne dal mondo della superstizione. Aveva bisogno anch’esso di trovare benevolenza in Dio, e di guadagnarsi il suo posto accanto a lui. San Fiorenzo non è il caso probabilmente di una cappella privata, non avrebbe senso qui e non spiegherebbe l’eccessiva volontà educativa di queste immagini. Abbiamo qui solo un nome, Bonifacio della Torre, e una data, 1472, che sono riportati nell’ultimo riquadro delle storie di Sant’Antonio Abate. La tecnica dei dipinti rimanda però a qualche decennio prima, e sono altri due i volti di uomini che si scorgono rispettivamente nelle storie di vita del Santo appena citato e nel Giudizio Universale: sono uomini troppo diversi, per età e abbigliamento e tutti troppo connotati nei dettagli per non essere mai esistiti. Saranno forse più di uno qui i committenti, certo è che se noi oggi non lo sappiamo, certamente lo sapevano i loro contemporanei e a questi ricchi mecenati erano debitori. Inoltre prima dei della Torre, i Signori di queste terre fino al 1449 erano i Savoia , non a torto dunque si presuppone che siano stati loro a volere la decorazione, visibilmente più ricca, del presbiterio. C’è inoltre nel Giudizio Universale un vessillo sabaudo.
Occorre tuttavia a questo punto fare chiarezza sulle motivazioni di tali raffigurazioni, se ci sia o meno un legame tra i Santi scelti per questo percorso devozionale, sulle loro implicazioni circa l’arco temporale preso in considerazione per la realizzazione e sul luogo dove questa è avvenuta. La storia dell’arte ci insegna che mai nulla è lasciato al caso, e come spesso accade, e come è anche qui, tutto ruota attorno ad un evento decisivo, ad un problema e ad una richiesta. Una richiesta qui che inevitabilmente doveva mettere d’accordo la committenza e i frequentatori di questo luogo sacro. Prenderò dunque spunto nel narrarvi la storia di questi affreschi, dalle illuminanti e plausibili tesi di Fulvio Romano.
Innanzitutto è bene dire qualcosa a proposito del Santo a cui è dedicata la chiesa. San Fiorenzo è santo ambiguo, perché la sua storia non è unica e presenta delle varanti. La sua sorte pare essere stata la stessa della legione Tebea. Lui, legionario che nei suoi spostamenti vide Gerusalemme e ricevette i sacramenti, si rifiutò come gli altri suoi compagni di sedare brutalmente i tumulti e di perseguitare un paese di Cristiani. Disobbedendo così agli ordini di Massimiano e Diocleziano, i legionari furono uccisi e divennero così martiri. Fiorenzo però riuscì a fuggire, giunse in Piemonte e iniziò la sua missione di evangelizzatore, ma ben presto fu trovato, flagellato e martirizzato per decapitazione. Secondo una tesi, pare che addirittura qui i San Fiorenzo siano due. Qui ci sarebbero il San Fiorenzo che liberò la popolazione dal flagello delle serpi, come citato da Gregorio Magno nei suoi Dialoghi, e un San Fiorenzo soldato romano convertitosi al Cristianesimo e poi martirizzato. Il Santo viene celebrato sul finire della primavera, in occasione della mietitura. Si incontrano qui dunque diverse correnti agiografiche, tuttavia, per quanto detto fino a questo punto, non pare ancora chiaro quale rapporto leghi questo Santo a questi luoghi e agli altri personaggi rappresentati nelle pareti della chiesa.
La chiesa è costellata di Santi e di rappresentazioni della loro vita da imitare, un’autentica biblia pauperum, ma chiunque ammiri questi affreschi non può non notare quelle singolari immagini di animali che entrano prepotentemente all’interno di due riquadri del ciclo delle vite di San Fiorenzo. Secondo la tesi dello studioso citato, possiamo dall’interpretazione di questi, risalire al legame esistente con l’altra moltitudine di Santi ausiliari. Tra le storie della vita e morte del Santo patrono dell’edificio, troviamo l’invasione di mostri e la liberazione dal flagello. I mostri sono serpenti che divorano gli abitanti e il santo viene loro in soccorso portando con sé delle aquile. La più immediata interpretazione potrebbe essere quella che l’episodio nasconda un chiaro riferimento ai Saraceni, nemici di quegli anni, e le aquile che vincono i serpenti simboleggerebbero la potenza dell’Impero. In realtà c’è un altro particolare non trascurabile: in quegli anni la peste si configurava con l’immagine del serpente, e un’antica credenza proponeva la peste del 1347 come causata da un’invasione di animali striscianti che avrebbero inquinato l’aria. I rapaci in qui citati potrebbero essere i bianconi, uccelli noti in queste zone, che sorvolano i cieli proprio a primavera. La valenza calendariale sarebbe in quest’ipotesi rispettata. Ma c’è di più. In un altro riquadro, maiali dai dorsi insanguinati si danno alla fuga. Anche nei secoli successivi alla realizzazione degli affreschi, si credeva che il maiale con la schiena ferita fosse sinonimo di malattie pestilenziali. In quest’ottica, San Fiorenzo potrebbe essere uno di quei Santi ausiliari invocati come protettori dalla peste. Ce ne sono molti nel corpus agiografico cristiano e, forse non a caso, molti di questi si trovano anche qui raffigurati. Nel presbiterio, tra la Vergine e San Fiorenzo, c’è un San Martino, molto noto nell’Italia settentrionale e in Francia come guaritore delle malattie della pelle, c’è un San Sebastiano, il santo che subì il martirio della frecce, le cui ferite ricordano i bubboni pestilenziali . E’ il Santo per eccellenza che viene invocato nei periodi di peste. L’Arcangelo Michele, rappresentato iconograficamente nell’atto di pesare le anime nel giorno del giudizio, è ricordato a Roma per aver liberato la città dal flagello della peste. San Bartolomeo, protettore delle lesioni cutanee. San Giorgio, che libera la città dal demone del drago, che ha sembianze di serpente. Una malattia cutanea porta addirittura il nome del suo santo protettore: Sant’Antonio Abate. E infine San Cristoforo, che protegge i pellegrini e Lazzaro, il lebbroso per eccellenza del Vangelo, santo per il popolo, non per la Chiesa. L’evento pestilenziale a cui forse ci riferiamo a questo punto è la drammatica peste del 1451. Un male, la peste, che colpisce i poveri contadini che pregavano in questo luogo, ma colpisce anche i ricchi, come i committenti. La peste non fa distinzione di classe, così come non fa distinzione sociale l’obbligo di pregare e di chiedere aiuto a Dio, perché l’uomo del medioevo, e non solo , sa che non può tutto. L’unica data certa che conosciamo è tuttavia la data del 1472, perché, come ho detto, è riportata in un affresco, ed è anche, forse non casualmente, la data di un’altra drammatica ondata di peste che colpì questi luoghi e non solo. Naturalmente questa è solo una delle interpretazioni, perché di ipotesi si parla. Solo gli uomini di quel tempo conoscevano la verità e su questa costruirono i loro luoghi di culto.
Dopo aver spiegato abbastanza dettagliatamente la problematica di fondo che legittima alcuni affreschi, ovvero la volontà di invocare la guarigione, non si può non ritornare sulla seconda funzione principale di queste opere: educare e purificare. Enormi, e per certi aspetti inquietanti, sono i due affreschi dedicati alla vita dopo la morte: il Giudizio Universale, il Paradiso, l’Inferno. Va in scena un teatro ricco di immagini popolari, dipendente anche qui dalla Natura che circonda l’uomo. Nel Paradiso c’è la beatitudine , all’Inferno l’orrore delle torture. La costruzione dei due mondi ultraterreni è in netta contrapposizione. C’è un mondo di angeli, Santi e anime giuste, dove la musica è celestiale, dove tutto è contemplazione, dove i colori evocano la purezza e lo splendore di una vita beata. Nell’Inferno c’è il caos dei dannati, le urla e la bestialità, la musica lugubre degli eserciti, i colori scuri delle torture. Nel Paradiso regna una Vergine, rappresentata al centro, con i Santi e le teste coronate, dipinti assieme senza punto di fuga, il gotico infatti non lo conosce .Nell’Inferno regna il Signore del male, circondato dal disordine. Ci sono i sette Vizi Capitali, rappresentati come nella logica medievale come una cavalcata che accomuna l’uomo alle bestie. Le immagini sono monumentali ma non si evince una volontà solo di stupire i fedeli. Tutt’altro, la rappresentazione è semplice, è un mondo didascalico per i poveri. L’Invidia è un scimmia che emula, l’Ira è un orso che insidia i greggi, la Gola ha il vino e uno spiedo. Sono luoghi comuni, comuni a quell’epoca, ben noti alla povera gente a cui si rivolgono. Nella Gerusalemme celeste ci sono le Opere di Misericordia, e le aureole sono per chi riceve e non per chi da. Solo al termine di queste le anime sono condotte nel regno di cieli. Tra le anime pie, una Maddalena totalmente avvolta nei sui capelli: è la donna selvaggia. La lettura della parete è insolita, dall’alto verso il basso, con ancora una volta chiaro intento educativo: solo agendo così giustamente l’uomo può purificarsi, deve evitare invece di cedere alle tentazioni se non vuole bruciare per l’eternità all’Inferno.
Il ciclo dedicato a Sant’Antonio Abate è ancora una volta un chiaro riferimento al pubblico che lo deve ammirare: è il Santo dei contadini, il Santo che ha il maiale come tratto iconografico, è un Santo molto noto in queste zone rurali del Piemonte contadino. E’ un eremita, come San Paolo, che qui viene raffigurato mentre viene deposto nella sua tomba cinto da foglie di palma. La fonte è la Leggenda Aurea, noto testo in quei secoli, che fu di fondamentale ispirazione per gli artisti. Nelle Storie di Cristo troviamo scene tratte dai Vangeli Apocrifi, come il miracolo del grano, episodio vicino alla quotidianità contadina ma non riconosciuto dalla Chiesa. Non è un’eccezione nelle opere degli artisti di quegli anni. Infine interessante la rappresentazione di Giuda: il teatro popolare per dare del maiale era solito esibire in scena il fegato dell’animale, e questa raffigurazione pittorica ne è un esempio.
Questo è il mondo mitico, sospeso tra sacro e profano, che domina la mentalità del Medioevo e oltre, che non può essere tralasciato qualora si considerino altri aspetti culturali. In queste terre, considerate oggi per lo più per il loro valore agricolo, erano attivi artisti di botteghe diverse, spiccavano nomi importanti, come il Canavesio. Erano zone votate non solo alla coltivazione dei campi, ma anche sensibili ad una certa volontà di magnificenza artistica. Oggi, rapiti dal paesaggio che le caratterizza, non diremmo mai che in quella chiesetta, lontano dal centro, quasi arroccata su un lato della collina, si possa celare un tale tesoro. Queste terre, famose soprattutto per la loro vocazione gastronomica, sanno racchiudere anche bellezze artistiche di straordinario valore, come questa chiesa, dove chiunque può ammirare stupito una rappresentazione unica di cucina infernale e di cucina celeste.
Anna Rivaletto
Bibliografia:
- Adriano Antonioletti Boratto, San Fiorenzo di Bastia di Mondovì, Adriano Antonioletti Editore, Alessandria, 2004.
- Adriano Antonioletti Boratto, Santi e Demoni. Affreschi in San Fiorenzo a Bastia di Mondovì, Adriano Antonioletti Editore, Alessandria, 2010.
- Fulvio Romano, Fiorenzo e Martino, santi del calendario contadino, in Viver meglio n. 34, 2009, p.7.
- Fulvio Romano, Fiorenzo da santo ursino a legionario tebeo, in Viver meglio n.35, 2009, p.9
- Fulvio Romano, Fiorenzo, santo ursino e della vigna che guariva dalla peste, in Viver meglio, n.37, 2009, p.9