Più di 100 opere, 25 quadri inediti, 10 sezioni tematiche, 4 secoli artistici analizzati, innumerevoli autori e uno splendido palazzo della metà del ‘600 apparecchiato per l’occasione: questi i numeri de “Il cibo nell’arte” esposizione bresciana che strizza l’occhio ad una ormai prossima esposizione milanese di tutt’altra portata.
L’intento degli organizzatori è di evidenziare il sinergico rapporto, costante nei secoli, fra la tradizione gastronomica e le forme artistiche del nostro Paese. Una ricerca storico-sociale forse, più che una proposta artistica, con un lavoro che si traduce in una grande abbuffata di opere, incentrate sul cibo, comprese in un lasso di tempo che abbraccia Brueghel e Andy Warhol, i manieristi e la pop-art. Ma chi scrive non è storico dell’arte. Lascio quindi ogni giudizio in merito a chi di competenza soffermando la mia attenzione sul cibo come chiave di lettura sociale e temporale.
Il menù di visita prevede come antipasto l’esplorazione dei sensi, perché il cibo non è un monologo del gusto, ma un dialogo con il tatto, l’olfatto la vista e l’udito. La mostra è suddivisa in sezioni tematiche e la prima sala è dedicata proprio ai cinque sensi con I mangiatori di ricotta e Il mangiatore di fagioli di Vincenzo Campi che, rozzamente, mi mostrano bocca piena e denti sporchi senza neppure togliersi il cappello. Ma le buone maniere a tavola sono un costume di recente diffusione, come si evince pian piano scorrendo i quadri successivi in cui animali vivi, disordine e scarsa igiene spesso si confondono nella tela con banchetti e pietanze alimentari.
Il pasto proposto da Palazzo Martinengo prosegue con una visita ai luoghi di approvvigionamento e di trasformazione del cibo: mercati e cucine assai distanti dagli standard di asettici supermarket contemporanei. Qui regna il disordine, la promiscuità e nella minuzia dei particolari dipinti compaiono sia cibi oggi caduti in disuso, come la carota bianca e alcune specie di zucca, sia stoviglie di rame e ottone ormai quasi dimenticati. Le massaie invece sembrano essere una presenza costante nelle cucine dei vari secoli, così come nei relativi dipinti.
Procedo in questa metaforica mangiata con una carrellata di sale in cui trionfano nell’ordine, frutta e verdura, pesci e crostacei, selvaggina da pelo e da penna, carne salumi e formaggi ed infine dolci, vino e liquori. Il tratto più comune rimane la popolarità del cibo, sempre accostato nell’iconografia a soggetti della bassa società, poveri, contadini, popolani. I ricchi compaiono solo raramente, in posa con i propri bottini di caccia, più belli che succulenti: gazze, pavoni e volatili dal piumaggio cangiante. A tal proposito stupiscono quadri come Ragazzi con pesci, crostacei e molluschi di Joseph Heintz il giovane o Mercato del pesce di Giacomo Legi nei quali alimenti come l’astice e pregiati tagli di carne, destinati ad un pubblico ricco, sono dipinti accanto a giovani garzoni dalle vesti lise nell’atto dell’acquisto o della lavorazione anziché trionfare fra le mani ingioiellate di chi alla fine se ne sazierà.
Chi si aspetta dal passato immagini di piatti elaborati suscitanti acquolina in bocca, rimarrà deluso: mancano quasi completamente raffigurazioni di cibi trasformati, curati e pronti da mangiare, come quelle che oggi tanto spopolano soprattutto nel mondo social. L’attenzione in questi quadri è sempre focalizzata sulla materia prima cruda: frutta e verdura fresca, pesce appena pescato, animali ancora da spellare o comunque ancora da cuocere.
La visita all’ultima sala chiude questo abbondante pasto immaginario a Palazzo Martinengo con il contributo di celeberrimi artisti del XX secolo, Magritte, De Chirico, Manzoni, Fontana, Guttuso, Warhol, Lichtenstein e LaChapelle che con provocatorie tecniche di rappresentazione innescano riflessioni a sfondo sociale sul mondo del cibo. Nelle loro opere il soggetto della mostra si smaterializza completamente o compare in maniera iperrealista, la forma diventa superflua, il messaggio si fa sostanza. Tra questi mi colpisce quello racchiuso dietro alle coloratissime serigrafie di oggetti comuni realizzate da Andy Warhol: «Quel che c’è di veramente grande in questo paese è che l’America ha dato il via al costume per cui il consumatore più ricco compra essenzialmente le stesse cose del più povero. Mentre guardi alla televisione la pubblicità della Coca Cola, sai che anche il Presidente beve Coca Cola, Liz Taylor beve Coca Cola, e anche tu puoi berla. Una Coca Cola è una Coca Cola e nessuna quantità di soldi ti farà avere una Coca Cola migliore di quella che sta bevendo il barbone dietro l’angolo. Tutte le Coca Cola sono uguali e tutte le Coca Cola sono buone. Lo sa Liz Taylor, lo sa il presidente, lo sa il barbone e lo sai tu.». Omologazione del gusto o estrema democraticità del cibo? Ai posteri, a noi e alle future esposizioni l’ardua sentenza.
Immagini provenienti da http://amicimartinengo.it/ sito ufficiale dell’associazione organizzatrice della mostra.



