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La fame fa uscire il lupo dal bosco

Chianale è un piccolo paese di montagna, in Val Varaita, al confine con la Francia, con le case di pietra e le travi di legno, estremamente suggestivo. Tutto è circondato dal silenzio, il sole lo riscalda solo qualche ora al giorno, la neve riempie le piccole viuzze tra le case. È un luogo di confine, e l’impressione che ci dà è quella che qui il tempo si sia fermato, in realtà oggi è abitato solo da poche persone che con orgoglio mantengono la loro cultura occitana. In un’epoca in cui sembra che i villaggi montani stiano scomparendo, in cui l’uomo non si mostra più disposto a sottostare ai ritmi della natura difficile ed estrema di questi luoghi dimenticati, a Chianale, almeno due volte l’anno, la popolazione si riunisce per inscenare ancora quei riti che scandivano l’antico calendario contadino. Le due feste sono quella di San Lorenzo, patrono del paese, e il Carnevale. Noi abbiamo assistito alla rievocazione di quest’ultima, cercando di parteciparvi attivamente e di comprenderne l’aspetto simbolico di ciascuna sua fase, provando a capire quale importanza abbia oggi tenere in vita un rituale come questo.

Il contadino viveva grazie ai doni della Terra, la sua vita era perciò strettamente collegata ai ritmi dettati dalla Natura, con le sue stagioni e i suoi umori, ed era dunque estremamente importante non interrompere l’armonia con essa. La Natura andava venerata e resa benevola, soprattutto per questo il calendario contadino si riempie di proverbi e rituali per allontanare le calamità, e per scandire il tempo naturale. Le feste erano momenti importanti per la “Comunità”, termine questo che oggi sta scomparendo in una realtà che vuole un uomo sempre più individualista e sempre più capace di provvedere da solo a tutto ciò di cui ha bisogno. Una delle feste più significative del calendario contadino, forse anche per la sua unicità rispetto a tutte le altre, è il Carnevale. Il Carnevale è un momento singolare dell’anno, che chiude l’inverno e preannuncia l’arrivo della primavera. Il Carnevale è un periodo in cui l’uomo si sente davvero libero, prima di entrare nei quaranta giorni di Quaresima dove è invece costretto a sottostare a delle regole morali decisamente più rigide. Anche per questo a Carnevale ci si traveste, ci si abbandona alla trasgressione trattenuta durante l’inverno. Il Carnevale è tutto questo, e tutto questo lo troviamo straordinariamente legato insieme a Chianale.

Il Carnevale di Chianale perde le sue origini nella notte dei tempi. Quello che vediamo in scena oggi è sicuramente frutto di un’evoluzione del rito, che forse oggi ha modificato le sue finalità, ma non le sue caratteristiche. Se una volta infatti con esso si celebrava l’arrivo della bella stagione, e oggi si celebra forse più il ricordo di quel passato scandito dai cicli produttivi e dalla vita in comunità, tuttavia i personaggi e le azioni messe in scena dai protagonisti restano immutate. A Carnevale ci sono le maschere, ogni luogo che lo festeggi ancora ha le sue, e qui la maschera è quella del lupo. Il lupo è un personaggio di per se ricco di simbologia: rappresenta il ritorno del selvatico negli spazi domestici, è l’animale che guardando la luna riesce a definire il giorno in cui cadrà la Pasqua e come sarà l’annata agraria che sta per cominciare. Se il Carnevale è un rituale di cancellazione del male, un cerimoniale di purificazione che libera dalle colpe, allora qui il lupo simboleggia le colpe di un’intera comunità, che lo esorcizza incatenandolo, mentre intorno a lui la popolazione si abbandona alla gioia della festa. Ci raccontano che spesso ad impersonificare il lupo poteva essere un uomo di passaggio, un viandante, qualcuno che aveva un ruolo secondario nella vita del paese, o addirittura una persona che non era nata in questa valle, talvolta era semplicemente un giovane del paese, scelto casualmente o che si offriva per la parte.
Il lupo, una volta scelto, deve essere vestito. La vestizione è un momento importante e che non viene compiuto pubblicamente sotto gli occhi di tutti. Il costume si è modificato nel tempo, ma resta fedele alla funzione che è chiamato a ricoprire: il lupo deve avere un aspetto mostruoso e deve farsi sentire mentre passa tra le case, ecco perché il lupo ha sempre addosso una maschera ed è pieno di campanacci. Se prima la maschera era di cartone, dal dopoguerra è stata sostituita con la maschera antigas dell’esercito, perché rinviava al muso dell’animale. Il lupo indossa una cintura di cuoio in vita, piena di campanelli, che erano i campanelli che portavano al collo i muli, che annunciavano da lontano l’arrivo dell’animale. Inoltre il lupo porta una cuffia, che era il copri orecchi dalla mula, una camicia, e delle pelli di pecora cucite insieme, proprio di quelle stesse pecore che il lupo è solito cacciare. Indossare la pelle dell’agnello in questo abbigliamento ci offre un esempio di quello che viene chiamato “dissidio antropologico”. Il ruolo del lupo è duplice: effettuare una questua nelle case e nel frattempo assalire le malcapitate ragazze che incontra nel suo percorso. Questo rito infatti, come ce lo hanno interpretato delle signore del luogo, relegava la donna ad un ruolo marginale rispetto a quello dell’uomo. Alle donne era concesso l’aspetto gioioso della festa solo successivamente, la sera, ma per tutto lo svolgersi della questua vi partecipavano solo indirettamente, come vittime di un lupo che nella finzione le rendeva sue prede contaminandole con della cenere nera, oggi ricavata bruciando un’estremità dei tappi di sughero. Capiamo bene ora perché il periodo di Carnevale è davvero unico nel suo genere, perché è un periodo in cui ogni regola viene sovvertita, dove si accetta, e addirittura si inscena, un rito di fertilità e propiziazione come questo. Il lupo si dimena per tutto il corso della questua, non sta mai fermo, sembra proprio un animale in gabbia che tenta di scappare, e talvolta infatti ci riesce e acchiappa qualche temeraria ragazza. Il momento è molto concitato e molto impressionante: la gente grida, il lupo corre e così scuote forte i campanacci, le ragazze urlano. A tutto questo si aggiungono dei musicisti che intonano canti e musiche locali, creando tutto intorno un ambiente festoso, tipico del clima carnevalesco e che offre momenti tranquilli tra un attacco e l’altro del lupo. A dimostrazione di quanto impressionante sia lo svolgersi di questo Carnevale, abbiamo raccolto una testimonianza di un uomo, nato e cresciuto a Chianale, che ci ha raccontato che quando era bambino aveva addirittura paura di questo lupo mostruoso che si dimenava come impazzito. Il lupo si sposta di casa in casa, e in ogni porta che trova aperta entra, e qui viene offerto a lui, e a tutto il corteo che lo segue, da bere e da mangiare, perché il Carnevale è appunto il periodo dell’abbondanza per eccellenza, in cui è lecito mangiare e bere senza incorrere in alcun obbligo di digiuno. Questo accadeva perché a Carnevale si finivano le provviste messe da parte per l’inverno dato che ormai la primavera era vicina. La questua del lupo aveva anche la funzione simbolica di svegliare la popolazione dal lungo sonno invernale. Il contadino si comporta come un animale che va in letargo a novembre, che consuma le scorte frutto del suo lavoro nei mesi precedenti, e che comincia ad aprire gli occhi con la prima luce che gli preannuncia la fine dell’inverno, che per l’uomo cristianizzato è quella della Candelora. Ad un certo punto, quando il lupo ha percorso l’intero villaggio, si compie il sacrificio, con il quale si conclude il cerimoniale di purificazione dell’intera comunità. Il lupo viene sgozzato, e il sangue che sgorga benedice la terra, bagnando così quella stessa terra che poi offrirà alla comunità i suoi frutti garantendole la sopravvivenza. È questo un momento che dice molto sul rapporto tra uomo e natura così come era visto nell’ottica contadina. Se magari colui che impersonificava il lupo era un viandante o qualcuno che non era nato a Chianale, quel sangue era anche il sangue dello straniero che si univa con quello della popolazione locale rendendolo così un membro della comunità. Il sangue era ovviamente quello di un animale ucciso in precedenza, spesso un maiale, che veniva raccolto per poi preparare le tipiche frittelle al sangue che si consumavano nel periodo di carnevale e nel cenone allestito al termine di questa giornata. Noi non abbiamo potuto né vederle preparare né assaggiarle, perché questa parte della tradizione è andata perduta, un po’ per la difficoltà di reperire la principale materia prima, il sangue, un po’ perché in realtà pare che siano moltissimi anni che nessuno più le mangia e quindi che nessuno le prepara. Ci hanno raccontato che avevano un sapore estremamente speziato e forte, e che da molto tempo non si prepara perché un animale come il maiale è scomparso da decenni dalla vita e dalla dieta tradizionale di questo villaggio soprattutto per questioni igieniche. Infatti la vita in comunità prevedeva proprio una condivisone di spazi tra uomo e animale, e molto tempo veniva trascorso insieme in questi luoghi chiusi dove ci si scaldava e si aspettava la fine dell’inverno, e qui un maiale, in una situazione già di igiene precaria, ben presto non fu più allevato. La sera, dopo che il lupo è morto e non fa più paura, tutta la popolazione cena insieme, e si balla e si danza fino a tarda notte, consumando gli ultimi istanti di Carnevale.

Il Carnevale tradizionale di Chianale pare non abbia avuto inizio in una data precisa ma ha subito un’interruzione. Infatti dagli anni Sessanta è iniziata una lunga pausa che è durata fino al 1999, forse perché l’emigrazione strappava giovani da queste valli nei difficili anni del dopoguerra, forse perché la società tutta stava cambiando. Il tessuto sociale si è indubbiamente disgregato, ma la ripresa di un momento di grande tradizione come questo testimonia la volontà di ritornare, anche se solo per pochi giorni l’anno, a quel passato comune che si basava sulla natura, sul bisogno di ricorrere a quei rituali di religione popolare e sull’oralità. Il Carnevale di Chianale infatti esiste ancora oggi perché per tutto questo tempo si è tramandato di generazione in generazione, con il solo aiuto di quella tradizione orale di cui oggi sembra abbiamo imparato a fare a meno. Le interviste e le testimonianze che abbiamo raccolto iniziavano infatti tutte con un “mio nonno , mio padre, mi avevano raccontato che …”. Oggi, parlando sempre con chi vive ancora qui tutto l’anno, si percepisce come la volontà di riproporre ogni anno una festa come questa sia soprattutto quella di richiamare a Chianale quei giovani che se ne sono andati, perché solo grazie a loro il Carnevale potrà ancora vivere ed essere riproposto alle prossime generazioni. Un paese, senza la memoria e il ricordo delle sue tradizioni e di quello che è stato, rischia davvero di scomparire.

L’arrivo del lupo simboleggia dunque il ritorno del selvatico nella comunità, come se la Natura riconquistasse i suoi spazi selvatici dopo la Candelora, in un periodo, quello appunto del Carnevale, in cui l’uomo stesso mostra la parte selvatica di sè. Perché il lupo, prima di diventare uomo, deve perdere la sua componente selvatica, e questo avviene qui col sacrificio rituale. Alla luce di quanto detto quindi, potrebbe essere vero che riproporre oggi a Chianale questo momento di festa e di aggregazione serva anche per rinselvatichire questi luoghi, ovvero a riportarli a quello stato di natura che ha creato un Carnevale come questo perché ne sentiva bisogno, e a quel passato in cui tutto era regolato da quel folclore giuridico che interpretava i fenomeni. Forse sarà solo un caso, ma da qualche tempo il lupo, quello vero che vive nei boschi e che fa davvero paura, è tornato, dopo più di un secolo, a camminare per le vie di Chianale.

 

Anna Rivaletto

 

 

Bibliografia

  • Le Goff Jacques (1979=1982), Memoria, in Enciclopedia, vol. VIII, Torino, Einaudi, pp. 1068-1109; ora in Storia e memoria, Torino, Einaudi, pp. 347-399.
  • Leroi-Gourhan André (1964-1965=1977), Le geste et la parole. Technique et langage, Paris, Albin Michel; trad. It. Il gesto e la parola, voll. I-II, Torino, Einaudi.
  • Borra Agostino (2003), Il lupo di Chianale, in Bestie, santi, divinità : maschere animali dell’Europa tradizionale, a cura di Piercarlo Grimaldi, Torino, Museo nazionale della montagna ‘Duca degli Abruzzi’, pp. 237-241.
  • Grimaldi Piercarlo, Nattino Luciano (2007), Dei selvatici. Orsi, lupi e uomini selvatici nei carnevali del Piemonte, Torino, Regione Piemonte.
  • Para Erika (2000-2001), Un Carnevale alpino: il Lupo di Chianale, tesi di laurea in Scienze dell’Educazione, Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Torino, relatore prof. Piercarlo Grimaldi.

 

Sitografia: www.atlantefestepiemonte.it

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