Nonostante le aspre critiche pervenute da più fronti, dal meeting generale di Londra dell’ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) conclusosi lo scorso 26 giugno, non pare si sia ottenuta alcuna risoluzione a favore della protezione delle denominazioni di origine in merito alla discussa scelta di assegnare il diritto di utilizzo dei nuovi domini internet .wine e .vin a compagnie private. All’opposto, l’ICANN ha recentemente dichiarato di voler proseguire secondo la procedura stabilita.
Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza. La vicenda ha inizio quando l’ICANN, l’ente no-profit internazionale con sede negli USA che ha il compito di gestire nomi, numeri e indirizzi del sistema internet, decide nel 2011 di “liberalizzare” i domini di primo livello, fino ad oggi (ma ancora per poco) limitati a un ristretto novero.
Quello che comunemente viene chiamato “indirizzo” di un sito internet è costituito da un dominio, cui secondo un livello gerarchico fanno riferimento tutte le pagine. Prendiamo il caso del sito dell’Unisg (old.unisg.oiss.io), il dominio di primo livello è quello che sta alla destra del punto più a destra, in questo caso .it, mentre la dicitura unisg.it rappresenta il dominio di secondo livello. Qualora esistesse la pagina qualcosa.unisg.it, questo sarebbe un dominio di terzo livello, e così via.
Fino ad oggi, i domini di primo livello si dividevano in due categorie: domini di primo livello nazionali (.it, .fr, .uk, ecc.) e un ristretto numero di domini di primo livello generici (.com, .org, .net, ecc.). Presto però le cose cambieranno. L’idea di dare la possibilità di registrare liberamente domini generici di primo livello è motivata dalla volontà di stimolare la concorrenza e la competitività anche sul web, fornendo a imprese e organizzazioni inedite opportunità di visibilità e comunicazione. Presto, dunque, potremo entrare in contatto col fioraio sotto casa tramite il suo sito www.fioraiotaldeitali.florist o leggere il menu di cucina giapponese che mangeremo la sera alla pagina www.sushi.bar, per citare solo due fra le 1903 richieste pervenute (al 18 luglio) all’ICANN.
Fra queste, le tanto dibattute .wine e .vin, accusate di poter generare pregiudizio nei confronti dei produttori di vini a denominazione di origine e di agevolare la diffusione di truffe e contraffazioni online. La questione è questa: l’assegnazione del diritto sul dominio è effettuata da ICANN sulla base del principio first come, first served (in pratica, chi prima arriva meglio alloggia), ossia è concessa al primo che ne presenta domanda (e soprattutto paga i 185 mila dollari necessari) o risolta tramite un’asta nel caso della compresenza di più richiedenti. L’organizzazione che così “acquista” il dominio di primo livello (che generalmente è una società il cui business risiede proprio nella fornitura di questo servizio) ha poi facoltà di “rivendere” a propria completa discrezione il dominio di secondo livello.
Nel caso dei domini “vinosi”, può così accadere che un bel barolo.wine sia semplicemente concesso al miglior offerente e non a chi detiene il titolo per comunicarsi attraverso la denominazione di origine Barolo. Il pericolo è quindi di generare confusione nel consumatore,soprattutto internazionale. Egli può essere ingannato circa la natura del prodotto venduto dal sito dal suo indirizzo “altisonante”, causando così un potenziale danno a carico dei veri produttori delle nostre eccellenze. È questa la preoccupazione degli oppositori dell’iniziativa, fra cui figurano l’Unione Europea, alcuni governi (Italia, Francia e Regno Unito in Europa), i vari rappresentanti dei vignaioli (Federdoc per l’Italia) e lo stesso GAC, il comitato consultivo dell’ICANN formato da rappresentanti governativi, che ha formulato un parere contrario. E non è una protesta che si limita all’area europea: molti produttori vinicoli sudamericani e degli stessi Stati Uniti hanno manifestato la propria contrarietà. Un dato significativo giacché l’ICANN, nata in origine come agenzia del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, nonostante professi un impostazione neutrale e multistakeholder, è stata più volte accusata di perseguire gli interessi degli USA e di essere poco trasparente nei propri processi decisionali, come ultimamente affermato dal Segretario di Stato francese per gli Affari Digitali Axelle Lemaire.
Ad ogni modo, la nota disomogeneità delle discipline sulla protezione delle denominazioni di origine nei diversi ordinamenti, unitamente all’assenza di proposte concrete elaborate dai vari detrattori, hanno suggerito all’ICANN di sciogliere le riserve e decidere di proseguire sulla propria strada, non avvertendo la necessità di inserire le clausole di salvaguardia delle DO richieste dall’UE. Ciò dovrebbe comportare, se non interverranno ulteriori ostacoli, la risoluzione della controversia tra i tre richiedenti del dominio .wine tramite asta, e la concessione della registrazione del dominio .vin all’unico applicant: si tratta di Donuts, una società che nulla ha a che fare con le celebri ciambelle ma che si occupa proprio di “compravendita” di domini internet, la stessa che poco tempo fa si è aggiudicata, sollevando molta meno polvere, il dominio .pizza, in barba ai napoletani e alla loro tanto cara Specialità Tradizionale Garantita.
Sarà un altro caso di incapacità di tutela delle nostre specialità alimentari? Arrecherà un concreto danno al comparto del vino e del cibo europei? Difficile dirlo. A volte si guarda lontano, ma si tralascia di osservare quel che si ha intorno. Bisognerebbe domandarsi, infatti, quale sia, a prescindere dall’introduzione dei nuovi domini, lo stato dell’arte della promozione del settore enologico attraverso la rete. È un compito che esula dallo scopo di questo articolo. Vorrei, tuttavia, condividere con i lettori una rapidissima prova che ho effettuato. Provate a digitare www.barolo.it e www.barolo.com: non esistono. Ho anche provato a googlare ‘barolo wine’ e ho potuto costatare come il sito del Consorzio di Tutela appaia solo fra gli ultimi risultati della seconda pagina di ricerca, dopo le offerte di vino della catena di supermercati inglesi Tesco.
Forse sono altre, quindi, le dinamiche su cui concentrare la massima attenzione per apportare un beneficio al nostro comparto agroalimentare. Il governo italiano, tuttavia, si mostra concentrato e agguerrito per risolvere quella che viene definita l’”annosa” questione dei domini .vin e .wine durante il semestre europeo di presidenza italiana. “Dobbiamo fare squadra – ha affermato il Ministro delle Politiche Agricole Martina – con gli altri Stati membri e proteggere comunemente e con decisione il nostro patrimonio di denominazioni (…) perché la partita del web è decisiva per il futuro dell’agroalimentare italiano ed europeo. Non è ammissibile che le nostre denominazioni possano essere vendute come termini generici a chi non rappresenta il territorio (…) Non rinunceremo a dare battaglia in tutte le sedi possibili, perché qui c’è in gioco non solo l’interesse dei produttori di vino, ma quello dell’Italia e dell’Europa al rispetto delle proprie leggi”.
La partita, quindi, non è finita. Non riesco a capire, però, se siano più importanti i giocatori o l’arbitro. Staremo a vedere.