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Tutti giù per terra, anche i denari

Il viso oblungo e sorridente di Woody Tasch ispira calma e serenità mentre spiega al pubblico della Sala Azzurra del Salone del Gusto – Terra Madre 2014 che è arrivato il momento di riportare il denaro giù per terra. È arrivato il tempo di rallentare, di ravvicinare. Anche i flussi d’investimento.

Nell’introduzione ad un recente libro di Metreney e Szerman che si prefigge lo scopo di catalogare tutte le possibili declinazioni della slowness nella società dei nostri anni, il sociologo Domenico De Masi, una vecchia conoscenza dell’Unisg, cita John Dewey e ci fornisce così la sua visione[1]:

Dewey diceva che «educazione significa arricchire le cose di significato». Sotto questo aspetto slow è educazione del gusto per arricchire di significati il cibo, la città, il management, il sesso, il turismo, il design, l’architettura, i libri, i media, la scienza, l’estetica, la musica, la moda. Insomma, la vita.

Pur senza in alcun modo scalfire l’efficacia comunicativa dell’enunciato, De Masi tralascia un elemento che, almeno in alcuni angoli del globo, sta dimostrando di voler anch’esso spingere sul pedale del freno per ridurre la propria velocità di crociera: la finanza. L’americano dall’aspetto gentile di nome Woody Tasch è il fondatore di Slow Money, un’organizzazione (o, come essa stessa si definisce, un’alleanza) che si propone il fine di restituire concretezza e prossimità agli investimenti, di raccogliere risorse finanziare da destinare ad attività di produzione agroalimentare su piccola scala, sostenibili e rispettose della natura e del territorio. Inequivocabilmente slow, insomma.

Ci si è arricchiti a danno della Terra, continua Tasch dal palco, secondo un modello economico di estrazione e consumo che oggi si rivela non più perseguibile. Il denaro è troppo veloce, le imprese sono troppo grandi, la finanza è troppo complessa. Il nostro sistema è disegnato per accelerare ogni cosa e la moneta virtuale della finanza è sempre in testa a questa folle corsa. In soli 50 anni, il volume degli scambi nella borsa di New York è aumentato di 300 volte, e al giorno d’oggi l’80% delle operazioni di trading è realizzato per mezzo di algoritmi, secondo sistemi ultra-veloci e automatizzati. Questo modello ha sicuramente contribuito a generare ricchezza nei paesi occidentali, che tuttavia si è distribuita in maniera marcatamente diseguale: solo qualche migliaio di individui, spiega il relatore con una frase a effetto, è diventato miliardario (billionaires), all’opposto sono miliardi coloro che dispongono di una ricchezza di poche migliaia (thousandaires).

Occorre dunque ridefinire il concetto di progresso, trasformare il modello imperante di economia dello sfruttamento delle risorse e del consumo in un’economia del ripristino e della conservazione, ripensando i tempi del capitalismo e introducendo un modo diverso di fare investimento. Lo statunitense Woody Tasch racconta che nel proprio paese in un solo hamburger si può trovare carne da centinaia di vacche. E non è possibile conoscerne la provenienza e ancor meno quella del denaro che ha permesso di produrlo. Che senso ha, dunque, lasciare che i propri investimenti vadano a rinforzare quel sistema che stiamo in tutti i modi cercando di correggere? Come fare per riacquisire la capacità di conoscere l’impatto dei propri investimenti sugli esseri viventi?

Per cominciare, Slow Money ha scelto un settore che a tutti noi sta molto a cuore: quello del cibo. L’ispirazione, confida Tasch senza generare troppa sorpresa fra gli astanti, è venuta proprio da Slow Food e dal suo sforzo di avvicinare i consumatori ai produttori, trasformando i primi in “collaboratori” dei secondi, petrinianamente conosciuti anche come “co-produttori”. Come possiamo supportare i piccoli produttori se i nostri soldi sono investiti in OGM, fast food e fattorie industriali? Questa è la domanda lanciata. Finanziandoli direttamente, pare essere la risposta implicita.

Nella consapevolezza che non è e non sarà Wall Street, né i governi né la filantropia a garantire il capitale adeguato al cibo buono pulito e giusto, l’idea alla base di Slow Money è molto semplice: creare un network che raccolga un insieme di individui disposti ad investire in realtà locali del mondo agroalimentare, su un orizzonte di medio-lungo termine e senza scopi speculativi; e metterli in contatto con quei produttori che per dimensioni, etica e filosofia sposano i principi slow. Ed è così che dall’anno di fondazione 2008, la rete si è allargata fino a comprendere venti gruppi locali, per il momento quasi tutti negli USA con le sole eccezioni di Francia e Svizzera, i quali hanno finora investito più di 38 milioni di dollari in oltre 350 piccole aziende agroalimentari in giro per gli Stati Uniti, a tassi di interesse nulli o molto bassi.

Molti di questi gruppi si sono organizzati sotto forma di investment club, un modello originale di gestione del venture capital la cui filosofia, a detta dello stesso Tasch, è mutuata dallo spirito di collaborazione tipico della community based agriculture, in cui è la comunità a sobbarcarsi il rischio imprenditoriale di un’azienda agricola, acquistando in via preventiva una quota della produzione. In questo tipo di organizzazione non vi è interesse al lucro o alla speculazione, ma semplicemente desiderio di accedere a prodotti freschi e locali che, comunque sia andata la stagione, una volta pronti sono consegnati ai “sottoscrittori”. Il meccanismo degli investment club è per certi versi paragonabile: gli investitori possono versare una quota e, al raggiungimento di un certo capitale, decidono congiuntamente quali soggetti finanziare, tramite una votazione in cui ognuno ha il medesimo diritto di voto, indipendentemente dalla quantità di capitale apportato.

La dicotomia tra mercato e luogo torna così a risolversi, e i due termini tornano a coincidere, e ciò è particolarmente innovativo in un settore come quello finanziario, per il quale ormai il mercato non è che un’astrazione, priva di ogni riferimento fisico o geografico. Il capitale offerto da Slow Money diventa nurture capital, capitale di un nutrimento sorretto dai principi della capacità di carico, della tutela del bene comune, del senso di appartenenza e della non violenza, e questo avviene in virtù della relazione diretta che si instaura tra gli investitori e gli attori economici virtuosi del proprio territorio. Questi ultimi, continua Woody Tasch, stanno emergendo e sono dotati di grandi potenzialità, il nostro compito è di prendercene cura.

Conclude con un esempio e con una domanda. L’esempio riguarda un piccolo produttore artigianale americano di yogurt biologico, la cui azienda agricola è a ciclo quasi chiuso. Nel giro di qualche anno, in seguito a un finanziamento di Slow Money, egli è arrivato a fatturare un milione di dollari. La domanda è rivolta a tutti noi. Nel futuro, preferiamo avere un’altra Danone o mille piccoli produttori artigianali di yogurt biologico a ciclo quasi chiuso?

Per chi volesse saperne di più, Woody Tasch ha scritto un libro dal titolo Inquiries into the Nature of Slow Money: Investing As If Food, Farms, and Fertility Mattered, pubblicato da Chelsea Green nel 2008, nel quale approfondisce le ragioni e i presupposti di quest’iniziativa che sogna di inaugurare una nuova era del capitalismo, agendo dal suo interno e partendo dal basso, facendo leva sul dialogo e sul confronto, utilizzando gli stessi toni pacati e accomodanti che distinguono il suo fondatore.

[1] Metreney S., Szerman S., Slow attitude!, Armand-Colin, Parigi 2013; trad. It. Slow – Rallentare per vivere meglio, Egea, Milano 2014, pp. 1-2

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