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Una questione di crianza leccese: spreco, classe e prestigio.

Tanto sono figlio della piana del Tanaro e del Bormida, tanto la mia storia famigliare si lega al Salento, a lu sule, lu mare, lu ientu. Credo che proprio questa ascendenza qualcosa possa dirci per ripensare al significato dello spreco alimentare di cui si parla questo mese.

La prima immagine che si lega all’idea di spreco alimentare è quella del cibo abbondantemente comprato nei supermercati, abbandonato in fondo ad uno stipo per poi puntualmente essere gettato marcito, alterato, diventato altro rispetto a quello che si era voluto, pregustato, sognato. Lo spreco è, quindi, avanzo buttato e di per sé valore perduto all’uomo. All’idea di spreco sembra legarsi quindi quella di trascuratezza, di sciatteria, di cattiva cittadinanza. Sembrerebbe un universale antropologico, ma se non lo fosse? Fosse invece parte integrante di una dinamica di classe?

Un indizio a tal proposito viene da un’usanza leccese: quel modo di fare che passa sotto il nome di crianza o crianza leccese. Per crianza si intende il ben fare assennato, un insieme di norme che obbligano l’ospite all’invitato e l’invitato all’ospite. È crianza, infatti, offrire porzioni abbondanti, ricche ed essere pronti a bis altrettanto sfarzosi; dall’altra, e soprattutto, è crianza non aggredire tutta la sontuosa libagione, per quanta fame o voglia uno abbia, ma lasciare qualcosa nel piatto, un boccone possibilmente non toccato, riservato alla servitù.

La crianza è a pieno titolo un’economia politica dello spreco, in cui l’avanzo, destinato all’invitato od al servo svolgono una fondamentale ed inevitabile funzione comunicativa e sociale. Ormai più di un secolo fa Thorstein Veblen nel suo celebre libro “La teoria della classe agiata” (1899) sottolineava come il consumo vistoso ed inutile (senza troppo forzare la teoria del sociologo americano potremmo dire “lo spreco”) fosse uno strumento attraverso cui le classi agiate comunicassero il loro status al mondo. La crianza poco si discosta da questo principio sociologico: l’esibizione dell’inesauribile opulenza delle pietanze è chiaramente segno di ricchezza con cui l’ospite comunica ai suoi invitati; ma è altrettanto dimostrazione di status il non finire il piatto, il riservare un boccone intonso in quanto dimostrazione della sazietà e della generosità verso le classe più deboli, i servi.

Questo piccolo appunto salentino ci invita a riflettere e superare soprattutto quel modus operandi che grida alla sciatteria di fronte al cibo buttato. La crianza ci invita a riflettere e indagare il senso profondamente culturale che è alla base di uno “spreco”. È solo questione di trascuratezza o dietro all’acquisto eccessivo di cibo possiamo ritrovare un tanto involontario quanto profondamente rassicurante tentativo di esorcizzare la paura atavica della fame che caratterizza il popolo, la società occidentale? Ovvero comprare cibo per puntualmente buttarlo è solo stupida gestione delle risorse economiche individuali o l’estrema pratica per una classe media sempre più in affanno di rassicurarsi dell’esistenza di un’agiatezza ormai persa? È il caso di verificare.

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