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“Una rusticità molto cara e ben studiata” breve intervista al giornalista gastronomico, e visiting professor, Corby Kummer

Corby Kummer: senior editor presso The Atlantic, critico di ristoranti per il Boston Magazine, scrittore (The Joy of Coffee,2003; The Pleasures of Slow Food, 2009), visiting professor e prima persona dalla sottoscritta intervistata. In un’aula dell’UNISG, circa tre settimane fa, lo attendevamo in tre: io, il mio rammarico per non aver potuto partecipare al suo workshop di scrittura sulla comunicazione enogastronomica e giornalismo e l’ansia consapevole per l’incontro con il “dean among food writers in America” (il “decano dei giornalisti enogastronomici americani”). Cari colleghi studenti fate attenzione, c’è una sfida per voi.

corby kummer

C.C. Quali sono i suoi rapporti con Slow Food e con l’Università di Scienze Gastronomiche?
C.K. Il mio rapporto con Slow Food è nato nel 1998 quando ho scoperto dell’esistenza di questo gruppo di persone che condividevano le mie stesse idee su come approcciarsi ai produttori, all’ambiente e agli altri consumatori e che avrebbero potuto allargare e sviluppare le mie idee. Essendo un giornalista, ero molto reticente nei confronti dei gruppi diversi da me perché pensavo, con un po’ di egoismo, di aver generato io queste idee. Invece ho scoperto che c’erano molte altre persone con i miei stessi pensieri e che Carlo Petrini pensava e riusciva molto bene a parlare loro, informando e ed essendo d’ispirazione. Così ho iniziato a studiare e a seguire questo movimento. Quando è iniziato il progetto dell’Università di Scienze Gastronomiche ho visto la possibilità di formare molti studenti per far sviluppare loro le proprie idee. Era sicuramente una rara e preziosa occasione per formare le generazioni future.

 

C.C Quale è la parte più sentimentale che la lega al cibo? Perché scrivere di cibo?
C.K. Perché mi interessa la gente che lo fa. È per questo che lancio la sfida agli studenti di scrivere del sapore del cibo.

C.C. Cosa vuole insegnare agli studenti del workshop?
C.K. Agli studenti del mio workshop voglio insegnare come scrivere, come rendere sulla pagina il loro mondo, le loro osservazioni e i loro pensieri sul mondo del cibo. È così vasto che va diviso in piccoli pezzi, come ad esempio i produttori. Io dico agli studenti di scrivere articoli di circa tre pagine che descrivano due cose: un produttore, cioè una persona che coltiva e cucina un cibo e il sapore del cibo stesso perché è più facile parlare di una persona e della sua storia piuttosto che del gusto del cibo che preparare o produce. Questa è veramente una bella sfida per qualsiasi scrittore ed è per questo motivo chiedo agli studenti di provarci.

C.C Quindi gli articoli che lei chiede ai suoi studenti devono essere soggettivi?
C.K. Certamente soggettivi. Perché gli italiani soprattutto sono troppo oggettivi. Io invece chiedo agli studenti di metterci il proprio carattere, la propria personalità, perché un articolo dovrebbe essere inconfondibile come l’impronta digitale. Dovrei essere capace di riconoscere chi ha scritto quel pezzo dal suo stile anche senza leggerne l’autore. Sfortunatamente in ogni gruppo ci sono solo tre o quattro persone che sanno rendere il loro carattere sulla pagina.

UNISG class

C.C. In UNISG lei insegna al Master in Human Ecology and Sustainability. Cosa è per lei la sostenibilità?
C.K. Sto cercando varie definizioni della parola sostenibilità. Abbiamo criticato molto con gli studenti in classe l’uso indiscriminato della parola sostenibilità. Credo che per ogni persona possa esserci un diverso significato. Come per le parole tradizionale e giusto. Ognuna di queste potrebbe avere diversi significati. La cosa che mi interessa non è come la definirei io, ma come vengono usate dagli altri.

C.C In una conferenza al Salone del Gusto 2014 si auspicava di avere cibo accessibile a tutti. E’ quello per lei il  futuro del cibo?
C.K. Uno degli aspetti da dover prendere in considerazione e che mi ha attratto fin dall’inizio a Slow Food è l’idea che i ricchi possano mangiare come i poveri di cento anni fa. Adesso i poveri sono costretti a mangiare cibi industriali, cibi pieni di grassi, di sostanze chimiche, di ingredienti che noi, con questa rusticità molto studiata e molto cara, possiamo evitare. In futuro si dovrebbe permettere di avere meno cibo processato, di ridurre la lavorazione del accessibile per le classi più povere perché oggi quello più lavorati è anche quello più economico. Spero che durante l’Expo non ci sia solo l’idea che tutti debbano poter accedere al cibo, ma anche a quale tipo di cibo.

C.C. Parlando sempre di futuro. Quale è il futuro del giornalismo gastronomico?
C.K. Ne abbiamo parlato per ore in classe di questo argomento. Ogni studente ha la propria idea, ma certamente per tutti il futuro del giornalismo è il digitale. C’è poco futuro per la stampa che continuerà ad esistere, ma sarà specializzata, quasi “di lusso”. Ad esempio potrebbero esserci dei numeri speciali in determinate occasioni, come la commemorazione di un evento, ma il giornalismo quotidiano sarà digitale. Il futuro non riguarderà la qualità perché è già presente e in quantità sempre maggiore; il futuro sarà di chi è pagato per curare un giornale, per scegliere chi redigerà gli articoli. Le occasioni per mostrare il proprio lavoro crescono ogni giorno con il digitale, anche la qualità grafica aumenta costantemente. Non c’è mancanza di volontà di fare giornalismo, ma chi dovrà fare una scelta acuta di articoli da redigere è ancora una domanda aperta.

C.C. Cosa ne pensa del progetto Tavole Accademiche?
C.K. Il vero motivo per cui gli studenti dovrebbero seguire questo progetto è l’occasione che viene data loro di conoscere nuovi mondi, di parlare con i cuochi e di chiedere loro da dove vengono, quanto è difficile trovare le materie prime, come si preparano i loro piatti. Inoltre trovo sempre molto utile parlare anche con gli assistenti dei cuochi che generalmente sono persone del luogo e possono raccontare molto sul loro modo di lavorare.

C.C. Lei torna spesso ad insegnare in questa università. Cosa si porta via da queste esperienze e cosa la fa tornare ogni volta?
C.K. Gli studenti e la loro vita. Sento continuamente parlare di studenti che fanno cose eccezionali e interessanti in tutto il mondo, viaggiano, iniziano lavori e progetti. Mi affascino per tutto questo. Sono molto contento di essere parte della loro formazione. Per questo torno continuamente: perché voglio vedere cosa sono capaci di fare.

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