“L’operaio conosce cento parole, il padrone mille, per questo è lui il padrone”, aveva fatto scrivere Don Milani sul muro della sua scuola. Così dicendo, il prete di Barbiana voleva far comprendere ai suoi studenti l’importanza della conoscenza e del sapere ma, aumentando di significato la sua frase, si può scorgere un’altra interpretazione: quella che viene considerata la cultura di un Paese è esclusivamente la cultura della classe dominante, non quella dell’intera popolazione, perché solo la classe dominante conosce un numero di parole sufficienti per la trasmissione della propria cultura.
In India sono i brahmani a conoscere mille parole. Sono loro, perciò, ad aver dipinto l’India come un Paese vegetariano, anche se ciò non è del tutto vero. Infatti, nonostante la religione induista consideri sacra la vacca e ne vieti il consumo, tale divieto è difficile da rispettare per gli abitanti delle zone rurali che, essendo dediti al lavoro manuale, hanno bisogno di proteine animali per avere abbastanza energia. Solo le classi più elevate, i brahmani appunto, i quali fanno attività che richiedono un minore sforzo fisico, possono permettersi di non mangiare carne.

Il cibo, infatti, secondo il sociologo francese Pierre Bourdieu, può essere un mezzo per sottolineare le differenze sociali: i “gusti di necessità” sono causati dalla mancanza di risorse dei più poveri, mentre i “gusti di lusso” sono l’ostentazione della ricchezza dei più agiati. E in India le disuguaglianze sociali sono evidenti e sempre più marcate: secondo il rapporto Ocse “Divided we stand: why inequality keeps rising” del 2011 il 42% degli indiani vive sotto la soglia di povertà, cioè con meno di 1,25 dollari al giorno, mentre lo stipendio medio del 10% della popolazione più ricca è 12 volte superiore di quello del 10% della popolazione più povera.
Quella delle differenze sociali è soltanto una delle tante sfaccettature e differenze del subcontinente indiano. Salta subito all’occhio, per esempio, l’enorme varietà di paesaggio che si riscontra anche in zone geografiche piuttosto vicine fra loro. Nel nostro viaggio nell’India del Sud, fra le regioni del Karnataka, Andhra Pradesh, Tamil Nadu e Kerala, abbiamo incontrato panorami decisamente variegati: dalle piane arse dalla siccità, alle verdi piantagioni di tè, passando per i grattacieli e gli slum della caotica Bangalore.

Un’altra delle frammentazioni caratteristiche dell’India è quella linguistica: vengono parlate, infatti, circa 30 lingue e 2000 dialetti, mentre la lingua ufficiale è l’hindi. L’inglese, invece, è la lingua ufficiale secondaria e non ha assolutamente il predominio sugli altri idiomi, anzi, come scrive il giornalista polacco Ryszard Kapuscinski, “il dare per scontata la supremazia dell’inglese feriva la dignità degli indiani, il cui rapporto con le lingue natie era una questione grave e delicata.[…] nel loro paese, l’identità di una persona viene definita dalla lingua parlata. Un bengalese è una persona il cui idioma materno è il bengali. La lingua è la carta d’identità, o meglio, il volto e l’anima di ciascuno.”¹
Dal punto di vista linguistico, quindi, gli Indiani sono riusciti a mantenere le loro tradizioni; tuttavia, un altro fenomeno, nato nel mondo occidentale, ha fortemente influito sulla loro identità: la Green Revolution, avvenuta fra gli anni quaranta e settanta del Novecento. Essa, da un lato, permise all’India di essere autosufficiente per la produzione di cereali, ma, dall’altro, causò la scomparsa di alcune tradizioni agricole: certe colture tradizionali, infatti, non vennero più coltivate e le donne persero il loro ruolo di custodi dei semi. Secondo Selvam Ramaswamy, il coordinatore della Federazione di prodotti biologici del Tamil Nadu, la perdita di questo compito femminile è particolarmente grave all’interno della società indiana poiché essa è fondata su valori tipicamente attribuiti alle donne, quali la spiritualità e l’amore: la diminuzione di importanza del cosiddetto sesso debole è, quindi, anche una vera e propria perdita di identità per gli indiani. La cultura orientale si contrappone, in questo senso, all’Occidente, basato, al contrario, sulla logica e sull’intelletto, caratteristiche in genere attribuite al sesso maschile. Alla fine del suo appassionato discorso, Selvam ci dice anche quella che, secondo lui, è la soluzione per ritornare alle tradizioni: non cercare di imitare il modello occidentale di sviluppo a tutti i costi, ma rimanere concentrati sui modi, tempi, valori e identità indiane.

Identità, al plurale. Sono molti, infatti, i volti dell’India e numerosissime le sue sfaccettature: “Più viaggiavo, più mi rendevo conto dell’inutilità di ciò che facevo, dell’impossibilità di conoscere e comprendere il paese nel quale mi trovavo. L’India era talmente grande! Come descrivere qualcosa che sembrava non avere né frontiere né fine?”²
Francesca Monticone
- R. Kapuscinski, In viaggio con Erodoto, Feltrinelli Editore Milano, 2005
- Ibidem