Identità Golose 2017

Esperienza gastronomica in scatola

“Il creatore, obbligando l’uomo a mangiare per vivere, lo invita con l’appetito, e lo ricompensa con il piacere.” (Brillat-Savarin, La fisiologia del gusto).

Il piacere del mangiare, e del mangiare bene, è un sentimento che accomuna tutti i gourmand. È però da considerarsi plausibile che siano solo i veri intenditori a trarre un piacere gastronomico profondo e privilegiato da un signature dish?

Il congresso di Identità Golose si è tenuto anche quest’anno a Milano, dal 4 al 6 marzo. Durante i tre giorni di evento sono stati circa duecento coloro che si sono immersi, con anima e corpo, nell’Experience Box ideata da San Pellegrino, una scatola in cui l’esperienza gastronomica diventa di facile comprensione e alla portata di tutti.

Una sedia e un tavolo, una cloche (con sotto un piatto?), un paio di cuffie, uno schermo, una bottiglietta d’acqua frizzante in vetro monoporzione e un cucchiaio d’argento, sono le uniche cose che erano presenti all’interno della scatola.

L’Experience Box è stata allestita da San Pellegrino nello spazio dedicato al vincitore del contest “San Pellegrino Young Chef 2016” conclusosi, nell’edizione italiana, a giugno 2016 con la vittoria del giovane chef Alessandro Rapisarda che ha conquistato l’anima della giuria con il suo risotto alla “Marinara”.

Il gioco consisteva in un’esperienza di pochi minuti, niente carta dei vini, amuse-bouche o piccola pasticceria: entri, degusti ed esci. L’atmosfera non era quella di un ristorante, l’ambiente era quasi buio, non c’erano rumori o suoni e l’odore della sala era neutro. Un cameriere ti faceva accomodare al tuo tavolo, l’unico, e ti serviva l’acqua dalla bottiglietta monoporzione. Ti invitava ad indossare le cuffie che si trovavano accanto al cucchiaio, quasi ad essere parte dell’allestimento della tavola, e ti invitava a guardare un video che, all’improvviso, iniziava sullo schermo gigante di fronte a te.

L’obbiettivo era isolarti per farti concentrare solo sui sensi e permetterti di fruire dell’esperienza gastronomica in un’aurea di artificiosa perfezione. Il video raccontava il piatto che in quel momento veniva liberato dalla cloche, proprio il risotto alla “Marinara” di Alessandro Rapisarda. Raccontava della sua storia, di come dentro il piatto ci fosse il mare delle Marche a lui tanto caro, ti invitava ad avvicinare il naso al piatto e percepire le sfumature olfattive, poi ti guidava nell’assaggio, ti suggeriva come mangiare e quali percezioni e sfumature di gusto stessi provando.

È stata un’esperienza gastronomica guidata, come se fosse stato inserito il pilota automatico per lasciarsi guidare dalla voce nelle cuffie, come fosse un tutorial per i meno abituati a questo tipo di esperienze che ti dice “così si fa, così si degusta un piatto!”.

Ma l’esperienza gastronomica può essere solo questo? Concentrare tutta l’attenzione sul piatto? E quello che c’è intorno? L’ambiente, la compagnia con cui condividi un esperienza gastronomica, alta o bassa che sia, non influisce sul godimento sensoriale?

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